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4/25/2008 Povero a nord ricco a sudLa forbice nel potere d'acquisto non è mai stata così ampia: con lo stesso reddito in diverse regioni la ricchezza reale cambia moltissimo. E qualcuno pensa di intervenire
Pochi barbieri sanno che il listino per il taglio di barba e capelli è un parametro che gli economisti di tutto il mondo utilizzano come metro per misurare le differenze dei prezzi tra un territorio e un altro. "Il barbiere è un piccolo autonomo, e in genere pratica quei costi minimi che servono a mandare avanti l'attività e vivere dignitosamente. Una perfetta cartina di tornasole: quando il negozio è caro, è assai probabile che saranno onerosi anche altri beni e servizi della città", conferma Luigi Campiglio, ordinario di Politica economica alla Cattolica. L'inchiesta de 'L'espresso', che ha elaborato le uscite di sei famiglie, parte proprio dai Figaro d'Italia, che per shampoo e rasata chiedono cifre diversissime. Creando involontariamente una scala che mostra meglio di qualsiasi altra variabile le enormi differenze per identiche spese, gap territoriali che se non considerati rischiano di deformare qualsiasi dibattito su salari nominali e recupero del potere d'acquisto. Partiamo dalla Sicilia. A Palermo in una zona semicentrale un'acconciatura costa 9 euro, mentre a Milano e Torino è difficile scendere sotto i 15. Oltre il 66 per cento in più. Se a Firenze te la cavi con 12 euro mancia esclusa, agli estremi opposti ci sono Napoli e Trento: a Portici, il barbiere sotto casa chiede dai 6 ai 10 euro massimo. "Ma molti servono i clienti anche negli appartamenti, e lì il taglio può costare 3 o 4 euro", racconta Anna Buccino, madre di famiglia e insegnante a contratto. Il capoluogo del Trentino, al contrario, è tra le città meno a buon mercato del Paese: un taglio maschile costa in media 22 euro. La barba è a parte. Confrontando i listini dei parrucchieri con il costo di voci più significative (casa e alimenti, trasporti e abbigliamento), le discrepanze, come promettono gli economisti, restano in gran parte invariate. Il gioco del barbiere racconta plasticamente una realtà spaccata in due, in cui la qualità della vita è strettamente legata alla latitudine: al Sud con uno stipendio medio o medio-basso si campa più che dignitosamente, mentre al Nord famiglie di pari reddito sono vicine alla soglia di povertà. "Il principio di eguaglianza orizzontale deve considerare il potere d'acquisto reale, della corrispondenza matematica tra gli stipendi non ce ne facciamo niente", sbotta Campiglio. Così se dipendenti e piccole partite Iva riescono a difendere le posizioni nel Mezzogiorno, il ceto medio perde status e capacità d'acquisto soprattutto nelle metropoli settentrionali. La differenza tra prezzi ha origini antiche, e nel dopoguerra venne combattuta attraverso il sistema delle gabbie salariali, basate su differenziali regionali nelle retribuzioni. Nel 1969 alcune battaglie campali del sindacato portarono all'omogenizzazione delle buste paga, nonostante le divergenze sul mercato del lavoro, sul livello di competitività e produttività fossero rimaste del tutto invariate. L'andamento isterico dei prezzi da sempre rispecchia la mancanza di coesione socio-economica del Paese: il gap di spesa può sfiorare il 30 per cento, un divario che non si riscontra all'interno di nessun altro membro dell'Ue. "Oggi non parlerei di gabbie, è una parola sfortunata", dice ancora Campiglio: "La chiamerei 'flessibilità territoriale salariale', un mezzo fondamentale per aiutare i soggetti più in difficoltà. Il governo si è impegnato a irrobustire le retribuzioni: spero che Prodi non punti solo ai redditi inferiori ai 40 mila euro lordi l'anno, ma guardi anche alla classe media del Nord. Dai dati Sunia sappiamo che il canone medio di affitto raddoppia se ci si trasferisce da Bari a Milano: non stupiamoci poi se la mobilità di operai e colletti bianchi è bloccata". Per ora il piano salva-stipendi sembra ruotare intorno a detrazioni Irpef per i lavoratori dipendenti, a dote per i figli, al congelamento dell'Iva di benzina e del metano per il riscaldamento. Nessuna misura ad hoc che permetta a chi risiede nelle carissime metropoli del Centronord di respirare un po'. Eppure basta confrontare la capacità di spesa di un campione di famiglie residenti in diverse città, con redditi simili e identico numero di componenti, per rendersi conto che la qualità della vita migliora, al netto dei servizi e dei tassi di occupazione, proprio scendendo verso Sud. A Palermo la famiglia Alfano (Sonia è la 'pasionaria' dell'antimafia) con 3.200 euro riesce a vivere più che bene. Lei lavora alla Regione, il marito Massimo è maresciallo dell'Arma. Con 800 euro al mese sono riusciti ad affittare una bella casa di 110 metri quadrati in un quartiere residenziale. Per il cibo spendono 900 euro. "Nessuna follia, ma a tavola variamo molto, stiamo molto attenti a quello che mangiano le nostre tre figlie", spiega Sonia. Per spese di abbigliamento e accessori, gli Alfano mettono da parte 500 euro al mese, per far fronte alle tre 'sessioni' annuali di shopping. Il basso costo della vita, a Palermo, consente anche di avere due macchine ("ma sono vecchie"), nonostante i prezzi della Rc auto siano, in genere, più alti rispetto a quelli praticati al Nord. L'asilo privato costa pochissimo, circa 150 euro al mese, e le due bimbe più grandi seguono un corso di danza da 70 euro al mese. Una vita non certo da nababbi, quella degli Alfano, ma di sicuro meno sacrificata rispetto a quella dei Palmieri di Milano. Valter ha 45 anni ed è dipendente comunale, la moglie Luciana è impiegata in una ditta privata: insieme racimolano un reddito di 3.000 euro. Con la stessa cifra investita dagli Alfano, a Milano compri una piccola casa di 80 metri quadri in zona Bovisa. Dire che in cinque ci si sta stretti è un eufemismo. Valter è un maniaco delle offerte speciali, e facendo la spesa solo nei discount riesce a contenere le spese per il cibo dentro i 600 euro al mese. "Niente sport, niente uscite la sera: stiamo 'schisci', voliamo basso". I prezzi del carrello trasformano dipendenti del ceto medio in nuovi poveri anche a Trento, Roma e Firenze. La pressione fiscale degli ultimi anni e l'affaire-mutui, come ha certificato qualche giorno fa Bankitalia, hanno assestato altri durissimi colpi. La differenza con Bari e Napoli è impressionante. Secondo l'Istat per il cestino tipo (pasta-pane-latte-olio-burro-acqua-uova-caffè-riso-ucchero) a Genova il conto supera i 42 euro, in Campania si arriva a stento a 33. A Portici i Buccino, appena trentenni e con due figli, con un mutuo da 1.100 euro hanno comprato 90 metri quadri in un palazzo d'epoca, in Trentino i Tommasi devono aggiungere 400 euro per acquistare una casa rurale ben lontana dal centro. I De Gasperis, a Roma, guadagnano un po' meno, e sono stati costretti a puntare su Casal Palocco. "Di asilo spendo 230 euro, ma è il più snob della città", dice Anna Buccino. Francesca De Gasperis, in periferia, fino all'anno scorso spendeva ben 350 euro. Tutti investono sugli alimenti la stessa cifra, intorno ai 500 euro al mese. Ma se a Portici si mangia sia a pranzo sia a cena, a Roma e Trento la spesa serve solo per un pasto. "Tiriamo su tutto", dice Giovanni Tommasi, assunto come la moglie dalla Provincia autonoma di Trento. I Buccino, insegnante precaria lei e carabiniere lui, possono invece permettersi una palestra (la retta mensile costa 37 euro), visite private dal pediatra (35 euro) e qualche giorno di vacanza vicino a Paestum. "Se io fossi assunta a tempo determinato", chiosa Anna, "ammetto che staremmo davvero benissimo. Di sicuro i Beni, residenti a Firenze, per ora se la passano peggio. Andrea, titolare di una piccola ditta di mangimi per animali, e Laura, insegnante al liceo, per vivere a San Frediano devono sborsare 800 euro per 70 metri quadrati. Una sola macchina (una Panda) e la consapevolezza di essere scivolati verso la base della piramide sociale. "Guadagniamo 3.000 euro in tutto, 1.800 se ne vanno tra fitto e alimentazione", spiega la professoressa. "Così le spese per il tempo libero sono azzerate". 'L'espresso', per fare la prova del nove, ha cercato di verificare quanti pezzi le sei famiglie riescono a portar via da un bar con un ticket restaurant da 7 euro: in crescendo, a Trento si compra un panino piccolo e un caffè, a Milano un panino e una bottiglietta d'acqua, a Firenze un primo senza bibita, a Roma due tramezzini e un caffè, a Napoli una pizza e una birra piccola, a Palermo due arancini, una coca cola, un cannolo e un caffè. "Il problema del potere d'acquisto al Nord e nelle grandi città esiste, inutile nasconderlo. Bisogna intervenire aiutando i ceti meno abbienti delle metropoli, in campagna si organizzano meglio". Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, non usa la parola 'gabbie', ("è bruttissima") ma non nega che vedrebbe di buon occhio misure per le zone dove il caro-prezzi ha fatto cadere parte della popolazione nella sindrome da quarta settimana. "Differenziare i salari a livello nazionale non è pensabile, qualsiasi criterio dirigistico che tenti di mettere le briglie al mercato è destinato a fallire. Ma la questione Nord-Sud deve invece essere affrontata attraverso il fisco: è lo Stato che deve livellare gli scompensi". L'idea è quella di redistribuire le tasse locali ("Ci sono troppi inutili balzelli, una vergogna nazionale di cui ci si occupa poco", tuona Bonanni) e di usare la leva della produttività, che al Nord potrebbe migliorare non poco gli stipendi dei lavoratori. La doppia contrattazione permetterebbe di inserire, negli accordi locali per il monte-stipendio, sia la questione della redistribuzione dei profitti sia quella del costo della vita. Sarebbe una rivoluzione: oggi solo il 10 per cento delle imprese praticano il secondo livello di contrattazione. Se Enrico Panini, segretario della Cgil Scuola non vuol sentir parlare di contratti armonizzati e punta su tavoli regionali per bloccare la dinamica dei prezzi, Campiglio sottolinea che le aree penalizzate andrebbero aiutate con minimi contrattuali più alti. "Ho due suggestioni: una tassazione basata sul reddito familiare e non più sulla persona fisica, e una differenziazione della pressione fiscale a livello locale. Nelle piccole imprese del Sud la gabbia salariale di fatto esiste già: le aziende del settore edile pagano un operaio meno rispetto al collega padano. Ma per raggiungere eguaglianza bisogna far crescere i salari nel Settentrione, non abbassare quelli del Mezzogiorno". Per Massimo Baldini, docente di scienze delle Finanze a Modena, il problema dei bassi salari è legato al declino economico del Paese, alla crescita che balbetta ormai da 15 anni. "I redditi crescono al rallentatore, mentre sono esplosi i prezzi di abitazione, energia e alimentari: per il ceto medio-basso queste voci pesano sul 40-50 per cento del budget, per loro il potere d'acquisto è crollato più dei valori Istat". Per Baldini una gabbia salariale a difesa delle tute blu e dei colletti bianchi del Settentrione funzionerebbe solo se il Nord crescesse a tassi superiori rispetto a quelli nazionali. "Cosa che, oggi, non avviene. Si deve intervenire subito su tre fattori: liberalizzazioni per abbattere le tariffe, una politica per la casa che preveda nuovi rioni popolari come avviene nelle grandi città europee, una politica di defiscalizzazione dell'Irpef che aiuti i nuclei con figli". Anche se Tommaso Padoa-Schioppa trovasse i sei miliardi necessari ad attuare il piano del governo, nel medio periodo i Palmieri ogni volta che devono aprire il borsellino saranno ancora svantaggiati rispetto ai dipendenti dei Comuni meridionali. A Milano anche per pulire un soprabito bisogna spendere minimo 11 euro, contro i 6 di Napoli, mentre una riequilibratura delle gomme dell'Opel Astra di Valter costa in media 62 euro. I Buccino ne spendono 30, con il resto si può andare a mangiare fuori porta. di Emiliano Fittipaldi - "L'Espresso" (16 gennaio 2008) hanno collaborato Simone Innocenti, Piero Messina, Marco Ratti e Paolo Tessadri
4/24/2008 Il Nord e il Sud divisi da tre mesi di stipendioCon 10 anni di ritardo, forse ci sono arrivati...
Tre mensilità di differenza tra Nord e Sud. Se il contratto nazionale rispecchiasse gli andamenti regionali dei prezzi rilevati dall'Istat, si avrebbero grandi sorprese. Con valori abbastanza lontani da quelli attuali, soprattutto nelle città settentrionali.
Un edile milanese in media guadagna 1.478 euro lordi, invece dei 1.651 euro che sarebbero necessari per pareggiare il costo della vita registrato in quella provincia. Dunque deve accollarsi una "tassa" occulta di 173 euro mensili, che su base annua equivalgono a 2.249 euro, una volta e mezza il valore di una mensilità. Sul versante opposto, il suo collega di Campobasso dovrebbe percepire 1.312 euro. Il "guadagno", in questo caso, è di 166 euro su base mensile, pari a 2.158 euro l'anno. Sono cifre elaborate dal Sole 24 ore che partendo da una media ponderata delle rilevazioni Istat sul caro-vita nelle province italiane nel settore alimentare, dell'abbigliamento e dell'arredamento, le ha rapportate alle retribuzioni previste dai contratti nazionali di 7 categorie. Il risultato è che di fatto le gabbie salariali, eliminate dalla contrattazione da quasi quattro decenni, sono resuscitate. Ma al contrario. I lavoratori più penalizzati risiedono a Milano e a Bolzano, seguiti dai colleghi di Trieste e Genova. Mentre quelli di Napoli e Campobasso beneficiano di un più basso livello di prezzi. Anche se al Nord – come forma di compensazione – è frequente che in una famiglia siano in due a lavorare, mentre al Sud l'occupazione femminile è particolarmente bassa. Due avvertenze nella lettura dei dati. Primo: le rilevazioni Istat e i pesi regionali della spesa delle famiglie riguardano prodotti che corrispondono circa ad un terzo dei consumi, quindi si tratta di proiezioni parziali ma relative comunque ad una tendenza in atto. Secondo: sono tre i contratti rinnovati (metalmeccanici, chimico-farmaceutico, turismo), due quelli in scadenza a fine anno (Tlc e Trasporto merci-Confetra) e due quelli già scaduti (commercio, edilizia). Più nel dettaglio, per un metalmeccanico milanese, con una busta paga di 1.468 euro, la "perdita" è di 172 euro rispetto ai 1.640 euro che dovrebbe percepire per reggere al "caro vita". Mentre il contratto nazionale assicura al suo collega napoletano 156 euro in più rispetto ai 1.312 euro equivalenti al livello di prezzi registrato nel capoluogo partenopeo. Lo stesso quadro nel commercio: un dipendente al quarto livello in base al contratto nazionale percepisce 1.298 euro lordi: la tenuta del potere d'acquisto (rispetto ai tre indicatori presi in considerazione) equivale a 1.450 euro per Milano e 1.424 per Bolzano, rispettivamente 152 e 126 euro in meno. Mentre la cifra corrispondente al livello dei prezzi di Napoli è sensibilmente più bassa (1.160 euro), così come a Campobasso (1.152 euro). A Roma la retribuzione "virtuale" e quella reale sono sostanzialmente in linea. La riforma del modello contrattuale dovrebbe rispondere all'esigenza di tutelare meglio il potere d'acquisto dei lavoratori: il sindacato - con diverse sfumature al suo interno - è favorevole al potenziamento del secondo livello contrattuale. Il baricentro dovrebbe spostarsi sul livello aziendale (o territoriale) per legare gli incrementi in busta paga all'aumento della produttività. Per il contratto nazionale si prevede un ridimensionamento: dovrebbe garantire condizioni minime uguali per tutti. Ma la scarsa diffusione del secondo livello di contrattazione tra le piccole e medie aziende è il principale ostacolo: come incentivo il governo di centro-destra ha annunciato la detassazione del premio di risultato (un primo intervento lo ha fatto l'esecutivo Prodi) mentre la Lega preme da molto tempo per una rivalutazione "su base territoriale" delle buste paga. "Il Sole 24 Ore" - 24/04/2008
4/17/2008 Cofferati: "La Padania esiste, è qui e va capita"Finalmente se ne sono accorti anche loro...
BOLOGNA - Ma quindi, signor sindaco, intendiamoci: possiamo rompere un tabù e titolare quest'intervista "cari amici del Pd, la Padania esiste"? Sergio Cofferati ci pensa un attimo perché, come un fulmine, forse gli ripassano per la mente i dubbi che ebbe prima di sgombrare un campo di immigrati e dire "cari compagni, la sicurezza non è un valore della destra" (affermazione oggi scontata, ma allora accompagnata da fischi e accuse di tradimento); o quando, non troppi mesi dopo, decise di sperimentare lì - a Bologna - la "vocazione maggioritaria" del Pd, rompendo la sua alleanza con la cosiddetta sinistra radicale. Dunque, Cofferati ci pensa. E poi si apre in un calda risata. «Ma certo che sì, la Padania siamo noi. Guardi che io son di lì, nato a Sesto e Uniti, provincia di Cremona, in mezzo ai contadini...».
Ci vorrà forse del tempo perché anche quest'affermazione - "la Padania esiste" - venga digerita come ineluttabilmente vera. Ma per Sergio Cofferati è importante che ciò avvenga: e che il Pd ne tragga ogni conseguenza, in termini di analisi politica, proposta istituzionale e assetto organizzativo. La Padania esiste, e lo dimostrano perfino i risultati elettorali: se è così, non ha senso negarlo sol perché ne ha parlato prima la Lega... Ed è soprattutto della Lega - oltre che della Sinistra Arcobaleno - che Sergio Cofferati parla in questa sua intervista dopo il voto del 13 aprile. Però che c'entra, scusi, la Padania col risultato elettorale? «C'entra perché credo che ormai occorra analizzare anche i risultati elettorali non più regione per regione ma area per area. Se noi osservassimo le cose un po' più dall'alto, ci accorgeremmo che quel che accade sulla sponda destra del Po succede anche sulla sponda sinistra...». Sarà. Ma che c'entra col voto? «In grandi aree del nord ci sono ormai elementi di uniformità dettati dalla struttura economica e sociale: e per queste due vie, producono risultati elettorali. Se si guarda la pianura... Cremona e Reggio Emilia, oppure Mantova e Ferrara - che sono città di regioni diverse - hanno una strutture economica, sociale e risultati elettorali del tutto simili». Tutto questo per dir cosa? «Che gli elementi di identità territoriale non sono più rappresentati dai confini geografici e regionali. Le persone si muovono... Il Po divide, fa da separazione per alcuni tratti, ma è una separazione geografica che non ha più alcuna corrispondenza né economica né sociale. Per venire al concreto: io penso che non ci possa organizzare efficacemente sul piano della rappresentanza considerando invalicabili i confini geografici. Di più: credo che ormai sia in divenire anche una questione di carattere istituzionale. Dunque, quando penso alla dimensione territoriale del futuro Pd, penso a due cose assieme: agli antichi insediamenti ottocenteschi della rappresentanza politica - luogo per luogo, paese per paese - e ai modernissimi scavalcamenti di confini geografici e regionali ormai fittizi. L'Emilia Romagna è parte del nord e ha caratteristiche di sviluppo, in alcune sue zone, simili a quelle della Lombardia. La collina emiliano romagnola ha forti elementi di somiglianza con la collina bergamasca e bresciana; e la pianura lombarda con la pianura emiliano romagnola. Un partito deve prendere come riferimento queste grandi aree. E' inevitabile. Non farlo non ci aiuterà né a capire il nord né a radicare il Pd in queste aree decisive del Paese». Dove invece la Lega si espande di elezione in elezione... «E continuerà a farlo, soprattutto se non aggiorniamo la nostra analisi. La Lega non è un un partito che intercetta un voto di protesta: questo è un argomento senza fondamento, ha ragione Maroni. La Lega è un partito con una linea politica di destra, raccoglie consensi sulla base della sua linea che è proposta e sperimentata, per altro, anche in ruoli e attività istituzionali. Naturalmente, io non condivido quella linea, e la contrasto. Ma se torniamo alla tesi che quelli alla Lega sono voti di protesta, commettiamo un errore clamoroso». E crede che sia questo quel che sta accadendo? «In parte sì. E sono stupito. Così come mi stupisce sentir dire che "anche gli operai votano Lega", come fosse una scoperta. Posso farle un esempio?». Naturalmente. «A parte il fatto che quando un partito supera certe soglie di consenso il suo radicamento è necessariamente interclassista, vorrei ricordare il 1994, cioè la crisi del primo governo Berlusconi. Il sindacato protestò per la riforma delle pensioni proposta, ma la crisi l'aprì Bossi in Parlamento. E lo fece perché l'acuirsi del contrasto tra sindacato e governo mandò in sofferenza la base sociale ed elettorale della Lega, che già allora era fatta anche da operai. E se devo dirle, anzi, la situazione di oggi mi sembra somigli molto a quella che ricordavo». Cioè, vede possibili problemi tra Lega e Popolo della Libertà? «La linea della Lega ha evidenti elementi di diversità rispetto a quella di Berlusconi. In materia economica guarda alle piccole imprese, con tratti protezionistici, e dunque altro che liberismo. Nel sociale è molto attenta ai temi del welfare, e quanto alla globalizzazione... Considerati i rapporti che ha con la Lega, credo non sia un caso che Tremonti sia approdato alle teorizzazioni cui è giunto. Comunque, questo riguarda loro. Ciò premesso, il lavoro fatto da Veltroni è del tutto positivo e pienamente condivisibile. E la linea economica e sociale indicata è quella che ci può consentire con pazienza di acquisire risultati positivi anche in questa parte del Paese». Un'ultima domanda, su tutt'altro: che le pare della batosta subita dalla Sinistra arcobaleno? Magari ne sarà contento, considerati i suoi rapporti a Bologna con Rifondazione... «Considero l'assenza in Parlamento di quella sinistra un fatto profondamente negativo, prodotto dai loro errori politici enfatizzati da una pessima legge elettorale da cambiare. Credo che, a differenza del 1996, stavolta Rifondazione avesse scelto con convinzione la strada della partecipazione al governo. Hanno però sottovalutato le difficoltà di stare in una ampia coalizione. In un quadro così, la necessità della mediazione bisogna darla per scontata: e della mediazione non puoi cogliere sempre e solo gli aspetti negativi. Ora spero riflettano. E mi auguro che dalla riflessione emerga la voglia di riprovarci piuttosto che quella di rifugiarsi per sempre all'opposizione in nome di una scelta puramente identitaria».
FEDERICO GEREMICCA - La Stampa - 17/04/2008 http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200804articoli/31977girata.asp 8/22/2006 Cronache dal Padanistan (purtroppo è tutto vero...)UN BURQA PER TUTTI
Emergenza musulmani e immigrati
Moschee, soldi e aiuti a chi ci vuole islamizzare: così la sinistra mette il velo all'Italia Ora sono più forti. Gli estremisti islamici dell'Ucoii escono con il turbante della festa. In questi mesi si sono fatti via via più baldanzosi. Le loro mosse sono andate sempre a segno con la complicità del governo. E hanno messo il burqa a questa povera Italia. Noi non ci rassegniamo. Proveremo a strapparlo via. Ma tutto congiura e spergiura a loro favore. Finché c'è Prodi sarà dura. Sono organici alla sua coalizione. L'Ucoii ha votato e fatto votare per lui. Uno dei loro capi era già in lista con i comunisti di Diliberto. Poi lui e i suoi soci hanno capito che bastava Diliberto per rappresentare i loro interessi e le loro idee. Sabato i tizi dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) hanno pubblicato un manifesto a pagamento sul Quotidiano nazionale. Hanno equiparato Israele e il nazismo. Lo scopo: coalizzare l'opinione pubblica per punire gli ebrei. Questi islamici di tipo fondamentalista fanno parte della Consulta per l'islam italiano. (Per inciso. L'Ucoii evita sempre questa dizione, i suoi aderenti sentono di far parte della Umma, rispondono ad essa. E per chi non lo sapesse la Umma è la loro Chiesa il cui capo oggi è, per prestigio e popolarità, Bin Laden). Questa Consulta è statale, è una propaggine del ministero dell'Interno. Li aveva inclusi in essa e dunque legittimati il nostro (Dio lo perdoni) Beppe Pisanu. Con calcolo preciso gli islamici duri hanno voluto vedere fino a che punto sono intoccabili e hanno cercato la prova di forza. Ne sono usciti con la corona in testa. Se uno sfiora l'islam con una battuta viene impalato. Pensate alle innocue vignette dove semplicemente veniva raffigurato Maometto. Calderoli ha dovuto dimettersi da ministro. Non aveva chiesto di mettere fuori legge nessuno, aveva voluto essere spiritoso, indossando una maglietta che non ha visto nessuno.
Uffici, scuole, banche Vogliono imporci il Corano
Le richieste dell'Ucoii al Viminale: mense a norma di islam, permessi di lavoro per andare alla Mecca, lezioni di religione musulmana e di arabo
ROMA Fosse per loro, il problema dell'integrazione l'avrebbero risolto da un pezzo: islamizzando l'Italia, rendendo le sue leggi e i suoi costumi compatibili con le esigenze del bravo musulmano. Che l'integrazione la vuole, ma come dice lui. Martedì sette marzo scorso, alla riunione della Consulta islamica al Viminale, il presidente dell'Ucoii, il medico siriano Mohamed Nour Dachan, presentò al ministro Beppe Pisanu la lista dei desiderata dei musulmani italiani: c'erano, nel documento dell'Unione delle comunità islamiche, tutti i provvedimenti che, a loro dire, lo Stato italiano non avrebbe potuto esimersi dal prendere onde garantire una piena ed islamicamente corretta integrazione dei fedeli di Allah nel nostro Paese. A partire dalla scuola, con l'istituzione della scuola parificata musulmana. Chiedeva inoltre l'Ucoii di avere voce in capitolo per quanto riguarda i libri di testo: le parti concernenti l'islam sarebbero dovute essere controllate ed approvate dall'Unione, così come ai musulmani che ne avessero fatto richiesta avrebbero dovuto essere concessi permessi per le festività religiose quali Ramadan, Sacrificio di Abramo e venerdì di preghiera.
Propaganda islamica: fedeli, votate Diliberto ROMA «Voterò il partito di Oliviero Diliberto e invito i musulmani e le musulmane d'Italia a fare altrettanto»: lo ha proclamato il 4 aprile scorso, alla vigilia delle elezioni politiche, Hamza Roberto Piccardo, segretario dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d'Italia). Lo proclamava attraverso un testo fatto circolare come comunicato stampa e come appello distribuito fra gli islamici italiani. In calce alla circolare, sotto la sua firma, apparivano i simboli del Pdci alla Camera e quello della lista unitaria Pdci-Verdi al Senato, debitamente barrati.
L'imam batte cassa, la giunta rossa paga
Dalla moschea di Colle Val d'Elsa al centro islamico di Trieste: così le istituzioni finanziano i musulmani
ROMA Oltre 500mila euro. Per adesso. Tanto costerà alle casse pubbliche - sorprese permettendo - la contestata moschea di Colle Val d'Elsa voluta al sindaco diessino del Comune, Paolo Brogioni. Agevolazioni che prendono la forma sia di finanziamenti assicurati dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena di fatto controllata dagli enti locali senesi - e dalla stessa banca Mps, che da canoni d'affitto simbolici garantiti dal Comune. Il tutto per costruire una moschea di 3.200 metri quadrati a beneficio dei trecento musulmani della comunità locale. Centro che sarà controllato - se il progetto andrà in porto dall'Ucoii, l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che sostiene di controllare oltre il 70 per cento delle moschee italiane. E dove non arrivano direttamente i soldi, a favore dei luoghi di culto e di insegnamento islamici gli aiuti di Regioni e Comuni si presentano sotto la veste di suoli edificabili o locali da adattare. Nei sogni dell'amministrazione comunale, quella di Colle Val d'Elsa dovrebbe essere la più grande moschea italiana dopo quella di Roma. Dovrebbe sorgere, secondo il piano regolatore modificato dal Comune nel 2000, su una superficie di 3.200 metri quadrati (576 mq, invece, l'estensione della parte coperta). Hanno fatto le cose in grande, in Toscana. L'architetto tarantino Danilo Raccuja ha previsto una cupola in simil oro e un minareto in cristallo alto dodici metri.
("Libero" - 22/08/2006) 8/17/2006 Riflessioni di mezza estate...Cronache del 12 agosto 2006.
Alassio: 14enne stuprata da un marocchino.
Como: 15enne violentata da un turco. Intanto il nostro Governo (con la compiacenza di parte dell'opposizione) svuota le carceri lasciando liberi delinquenti, assassini, stupratori e terroristi.
Intanto il ministro Ferrero dice che dobbiamo aprire le nostre porte ai poveri immigrati, offrendo loro magari un pò di soldi quando arrivano nel nostro paese, giusto 3000 euro a testa per le piccole spese iniziali... e il ministro Amato invita ad accogliere i mussulmani col sorriso sulle labbra, perché tra pochi anni saranno loro la maggioranza nello stivale.
Mentre a Londra viene sventata una strage di dimensioni mai viste, con almeno una decina di aerei nel mirino dei terroristi, da noi la sinistra sostiene che sia tutta un'invenzione di Bush, messa in scena per coprire ciò che avviene in Libano... e il presidente Prodi? Dichiara che è in vacanza, e preferisce pedalare con gli amici piuttosto che occuparsi di queste sciocchezze...
Intanto un rifondarolo che è a Gerusalemme per una "missione di pace" della CGIL (ma non era un sindacato? Bah...) viene accoltellato alle spalle, mentre 40 islamici vengono arrestati dalle nostre parti nei phone center e negli internet point, perché potrebbero essere collegati ai kamikaze inglesi, che tanto per cambiare erano "cittadini perfettamente integrati".
La ministra Turco si preoccupa proprio dell'integrazione, cercando di trovare risorse economiche (altro che devoluzione...) per favorire quella dei mussulmani nella nostra società, e mentre vengono diminuiti i fondi per la Difesa la ministra (single) della famiglia Rosy Bindi si premura di garantire agli extracomunitari il ricongiungimento familiare: 3 o 4 mogli per ogni buon poligamo, con 15 figli, 27 nipoti e via dicendo.
Tanto dopo 5 anni diventano tutti cittadini italiani e li si può far votare (è questo ciò che conta): il partito degli islamici supererà subito il 10%, e magari già alle prossime elezioni avremo un Presidente del Consiglio di nome Mohammed o Mustafà o, perché no, Osama... l'importante è che mantengano le promesse, e garantiscano il proseguimento di tutti i privilegi a favore dalle Coop, dei sindacati, della finanza rossa e dell'immenso impero economico, finanziario e politico (al confronto il Berluska è un dilettante) legato ai compagnucci.
Peccato che forse gli stessi compagnucci non abbiano ancora capito che questa gente vuole solo invaderci, conquistarci e distruggerci, altro che integrazione e buonismo! E' in corso una guerra, e non possiamo pensare di vincerla in questo modo: loro hanno come fine ultimo la conquista del mondo, e noi (o meglio una parte di noi) li stiamo aiutando...
Sembra un incubo, ma è la realtà; spero che la gente apra gli occhi prima che sia troppo tardi, altrimenti non ci sarà più niente da fare. Bisogna contrastare con tutti i mezzi il progetto egemonico di questi folli assetati di sangue e di potere, ma forse la nostra gente non ha ancora visto l'orrore coi propri occhi, e per questo non si rende conto del pericolo che stiamo correndo. In città è già allarme indulto / Tra rapine e violenze sessualiMilano
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A due settimane dall'indulto,
già molti casi di ritorno in carcere
Giovedí 17.08.2006 16:11
A due settimane dall'entrata in vigore del provvedimento sull'indulto, solo a Milano sono già più di 10 i casi di ritorno a San Vittore. L'ultimo proprio mercoledì: un peruviano di 22 anni, scarcerato il 1° agosto, è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di violenza sessuale. Vittima della violenza una ragazza di 14 anni, italiana ma di origini straniere. Il sudamericano l'ha seguita in ascensore (mentre rincasava nel suo appartamento di viale Monza) e, quando la porta si è chiusa, l'ha toccata e palpeggiata nelle parti intime. Lei si è divincolata. Poi, quando la porta si è aperta, è scappata e ha raccontato tutto alla madre. Ed è proprio la donna, nata in Italia ma di origini peruviane, a denunciare la violenza ai carabinieri. Il giovane, che viveva nello stesso palazzo della 14enne da circa una decina di giorni, è stato trovato dai militari nella propria abitazione e appunto arrestato con l'accusa di violenza sessuale. A carico del 22enne, scarcerato il primo agosto grazie all'indulto mentre si trovava nel carcere dell'Aquila con una condanna per reati contro il patrimonio, anche l'accusa di violazione della legge sull'immigrazione. L'uomo sarebbe anche recidivo: recentemente aveva infastidito e molestato verbalmente con parole pesanti e richieste sessuali alcune donne della zona. Così per lui si è riaperta la strada per San Vittore Altri casi simili, anche singolari, sono accaduti nei giorni scorsi. Il 9 agosto S. S., 38enne di Rozzano, ha tentato di rapinare la stessa banca a due giorni di distanza. Il balordo, uscito da pochi giorni dal carcere di Opera dove aveva scontato quattro anni proprio per rapina, armato di taglierino ha prima rapinato la filiale di Pero della Banca Popolare di Milano ed è fuggito con 2.500 euro. Due giorni dopo, l'11, con la stessa arma, si è presentato nuovamente alla medesima banca per tentare un altro colpo. Stavolta però l'ex detenuto è stato immediatamente riconosciuto dal cassiere dell'istituto di credito, che ha bloccato la porta e ha dato l'allarme prima che entrasse. Il 38enne è stato quindi rintracciato e arrestato dai carabinieri ed è rientrato tra le mura di San Vittore. Altro protagonista di questa sindrome da "nostalgia" del carcere è un cittadino dell'Est Europa, S. Toskich, 24 anni, uscito dal carcere 4 giorni prima, dove aveva scontato una condanna per rapina, e subito bloccato mentre si dava alla fuga dopo aver forzato un'auto. L'uomo oltretutto era riuscito a rubare solo due cuscini e alcuni piccoli oggetti. L'ex detenuto ha forzato una macchina parcheggiata nella via ed è stato fermato dal sopraggiungere del proprietario. La settimana scorsa un 52enne pregiudicato è stato arrestato per violenza sessuale ai danni della ex moglie, a Cinisello Balsamo. N.C., muratore, stava scontando in carcere una pena per reati di droga, ed era uscito lo scorso 10 agosto. Aveva chiesto ospitalità alla ex moglie, 43 anni, nonostante i due fossero separati dal 1992. La donna aveva accettato di ospitarlo, anche su richiesta dei tre figli della coppia, come era già accaduto in passato. Ma la prima notte l'uomo non ha resistito alla tentazione: è entrato nella camera della donna che stavad ormendo, l'ha immobilizzata e palpeggiata chiedendole un rapporto sessuale. La donna si è rifiutata, a quel punto è stata colpita ripetutamente. Svegliatosi per le urla della madre il figlio più grande della coppia ha tentato di aprire la porta della stanza. Quindi il 52enne ha desistito. Immediato l'arrivo delle forze dell'ordine e per il 52enne sono scattate di nuovo le manette. Particolarmente singolare la vicenda di Emmanuele Ponturo, 30 anni, di Seregno, autore di due tentate rapine in farmacia, 10 giorni fa in via Porro Lambertenghi e piazza Repubblica. In entrambi i casi i "colpi" non erano riusciti: erano stati gli stessi farmacisti a "cacciare" il giovane, poi arrestato dai carabinieri. E ai militari dell'Arma, il tossicodipendente ha chiesto di poter tornare a San Vittore dove era stato scarcerato il 2 agosto scorso per effetto dell'indulto. In evidente crisi di astinenza e ha chiesto di poter tornare in carcere per essere curato, "per poter ricevere le cure a base di metadone". "Riportatemi in carcere. Almeno lì mi curano". Queste le parole pronunicate di fronte ai carabinieri. "Mi buco da 15 anni. In carcere le cose andavano meglio: per favore riportatemi lì". Ovviamente è stato accontentato. http://canali.libero.it/affaritaliani/milano/indultomilano1708.html 8/3/2006 A proposito di indultoEd ora chi pensa al popolo delle villette a schiera?
di Giorgio Gandola
Tendine di pizzo alle finestre. E dietro le tendine, un papà che ha paura. O una mamma che osserva con sospetto quel tipo in giubba di pelle nera che si aggira attorno alla cancellata. O un bambino che appoggia la bicicletta al muro della veranda al calar del sole «perché stare in giro diventa pericoloso». Tendine di pizzo. E dietro - come dietro le mura di zucchero d’una fortezza di cioccolata - l’italiano medio che dopo aver chiesto a gran voce sicurezza allo Stato si ritrova con le porte delle carceri aperte. E’ l’altra faccia dell’indulto, è quella meno aulica e bipartisan, è una faccia rugosa che rischia di diventare retriva. E’ la faccia dei cittadini che non hanno la scorta dei politici e neppure i gorilla dei miliardari. E si chiedono anche questa volta: perché?
Oltre duemila detenuti vengono liberati in questi giorni in Lombardia, e la metà sono extracomunitari. Liberi di cercarsi un lavoro, liberi di rifarsi un’esistenza, liberi di verificare la clemenza dello Stato italiano, liberi di respirare aria pura guardando finalmente un cielo di stelle grande come l’orizzonte. O di vedersi «I soliti ignoti» su Raitre (che coincidenza). Ma non sono queste le libertà che mettono paura al popolo delle villette a schiera, bensì l’ultima, terribile: la libertà di tornare a impugnare un’arma per conquistarsi un posto al sole nell’unico modo in cui potrebbero sentirsi capaci di farlo. La libertà di presentarsi al cancello di casa di quella famigliola che ha le tende di pizzo alle finestre (e gerani sui davanzali, un’altalena nel giardinetto e si spera non il nanetto di gesso perché sennò gli sta pure bene) per rapinare, terrorizzare, devastare. E ridurre uomini liberi in larve tremolanti davanti ai figli che implorano pietà.
In ogni rapina in casa c’è qualcosa che riporta a quel capolavoro di Truman Capote dal titolo «A sangue freddo». In ogni vetro distrutto con una traccia di sangue sul bordo c’è il senso più intimo della violazione e dell’impotenza. Perché se l’indulto guardato dalla parte di chi lo ha ottenuto è pur sempre un atto di civiltà, uno-dieci-cento drammi annunciati sono un rischio che un paese civile non può permettersi. Così, mentre le forze politiche esultano come il giorno dopo la finale mondiale di calcio, noi ci permettiamo di scuotere il capo e di non fidarci. Perché sappiamo cosa significa ricevere la telefonata d’una rapina in casa, correre sul posto, parlare con i protagonisti ancora terrorizzati, scrivere parole di fuoco sui nostri giornali. E lanciare inchieste allarmate in cui chiedersi se sia giusto oppure no che «il popolo del Nord corra ad armarsi per difendersi».
* * *
Certo che non è giusto, e neppure giustificabile. Ma qualcuno, a quella famiglia che ha scelto di vivere in una villetta a schiera, che rispetta le regole democratiche e che da stasera avrà più paura, dovrà pur dire qualcosa. Persino Michele Serra, quando degli albanesi affamati osarono rubargli i salami appesi nella taverna del suo casale radical chic di Bologna, chiese leggi speciali e la protezione dell’aviazione. Poiché siamo provvisti di un po’ di senso del ridicolo, noi non abbiamo risposte. Sappiamo solo che da oggi sotto il nostro cielo 2405 detenuti sono liberi perché lo Stato ha deciso di essere buono. E che alla prima tragedia non potremo limitarci a dire semplicemente amen.
"La Provincia di Como" - 02/08/2006
8/2/2006 Evviva l'INDULTO...Liberato cerca di strangolare ex moglie
Scarcerati grazie all'indulto sono tornati dietro le sbarre dopo poche ore: i primi due a Macomer, il terzo a Genova. Quarto caso a Udine GENOVA - In libertà, grazie all'indulto. Ma soltanto per poche ore. Liberati ieri grazie allo sconto di pena e oggi già di nuovo dietro le sbarre. Sono quattro i casi segnalati finora. Il più clamoroso è quelo di un cinquantaquattrenne che uscito ieri dal carcere di Udine, dove stava scontando una condanna per maltrattamenti a ex moglie e figli, è stato arrestato poche ore dopo la liberazione per tentato omicidio della ex consorte. I primi due detenuti liberati e ritornati subito in gattabuia sono due sardi che usciti ieri intorno alle 18 dal carcere di Macomer per festeggiare hanno esagerato con l'alcol e sono tornati dietro le sbarre per oltraggio al pubblico ufficiale. L'altro caso a Genova: un detenuto di Taranto, uscito ieri alle 22 dal carcere di Marassi, dove era finito per una serie di furti compiuti in varie città d'Italia, è stato arrestato alle 3.40 per tentato furto. A GENOVA - Quest'ultimo, C.L., 45 anni, una volta uscito da Marassi, dopo aver vagato per alcune ore in città, aveva sfondato la vetrata di una pizzeria ed era entrato per rubare. Scoperto da una guardia giurata, l'uomo ha cercato di rifugiarsi nella vicina stazione Brignole dove gli agenti della Polfer lo hanno raggiunto e tratto in arresto. Ora è nuovamente in carcere con l'accusa di tentato furto.
A MACOMER - È durata solo qualche ora anche la libertà dei due detenuti sardi usciti ieri poco prima delle 18, grazie all'indulto, dal carcere di Macomer. I due, M. F., di 32 anni, di Sassari, e R. M., di 28, di Tula, usciti dall'istituto di pena hanno raggiunto un bar centrale di Macomer dove hanno deciso di festeggiare l'evento ma dopo le 20 alla vista di un'auto della Polizia avrebbero insultato gli agenti che, scesi dal mezzo, hanno chiesto loro i documenti. Al loro rifiuto è seguito l'invito per un controllo in Commissariato. La reazione è stata violenta con pugni e calci contro gli agenti che ne hanno fermato uno mentre, poco dopo, sono giunti anche i carabinieri che hanno arrestato anche l'altro scarcerato. I due sono stati rinchiusi nel penitenziario di Oristano in attesa del processo con rito direttissimo.
A UDINE - Ed è rientrato in cella a poche ore dalla liberazione anche P. M, 54 anni: ieri pomeriggio alle ore 15,30 è uscito dal carcere di Udine, dove stava scontando una condanna definitiva a 8 mesi per maltrattamenti a ex moglie e figli. In serata, alle 20.30, M. era a San Daniele del Friuli (Udine), dove vive l'ex consorte. L'ha cercata a casa, invano. Allora l'ha attesa all'angolo della strada dove abita, davanti ad un supermercato della catena Pam. Appena l'ha vista l'ha aggredita. Prima l'ha scaraventata a terra, poi le ha sbattuto ripetutamente la testa sull'asfalto e infine ha tentato di soffocarla serrandole le mani attorno al collo. La donna, 48 anni, è salva grazie al pronto intervento di un passante, che ha fermato la furia omicida dell'uomo. Nel frattempo, altri passanti hanno chiamato i carabinieri della locale stazione e un'ambulanza. M. è stato arrestato per tentato omicidio. L'ex moglie è stata ricoverata nell'ospedale di San Daniele. 7/31/2006 COSI' E' FACILE FARE IL COMUNISTA...BENEVENTO: Il disobbediente Francesco Caruso, candidato di Rifondazione comunista alla Camera, è un latifondista milionario. Lui, che agli elettori promette l'esproprio delle seconde case (e barche di colleghi, ndr), è proprietario di uliveti, vigneti, terre da agrumi, terreni da pascolo e immobili, sparsi tra vari comuni in provincia di Cosenza, frutto del generoso lascito di uno zio. La visura catastale su terreni e fabbricati intestati al leader dei no global meridionali Francesco Saverio Caruso, è lunga sette pagine. Nei comuni calabresi di Longobucco, Calopezzati, Corigliano Calabro, nel Cosentino, il giovane no global è un padrone a cui dare del voi. Ha proprietà, immobili e terre, per un valore enorme. Sei appezzamenti tra terreni da pascolo e uliveti in località Calopezzati. Una frazione di un vasto agrumeto a Corigliano Calabro, metà proprietà di due terreni da 15 e 9 ettari a Longobucco, dove possiede anche una frazione di due appartamenti di 5 locali. Nella sua rendita catastale figurano poi altri 35 terreni (vigneti, uliveti e pascoli) sempre a Longobucco. Tra cui un uliveto di 54 ettari e un altro di 60, un querceto di 22 ettari, un frutteto di 38 ettari, poi pascoli e campi a perdita d'occhio. Nel complesso, una proprietà da latifondista coi fiocchi. Ma anche da papà e mamma non è mancato nulla al giovane Francesco, antagonista cresciuto negli agi della ricca famiglia beneventana prima di trasferirsi nell'Officina 99 e nel centro sociale Ska di Napoli, dopo l'università a Bologna, la laurea all'Istituto universitario Orientale di Napoli e la scoperta del mondo dei centri sociali. Con i genitori e il fratello ha vissuto per anni, fino alla fine del liceo, in un superattico di 350 mq nel centro storico di Benevento, nella lussuosa via Calambra. Appartamento in cui la famiglia Caruso stava in affitto, con un canone di favore. Proprietaria dell'immobile erano infatti le Ferrovie dello Stato, di cui il padre era - oggi è in pensione - un dirigente, chiamato a Benevento dalla sua Calabria per realizzare un importante intervento infrastrutturale sulla rete della città campana. E forse il contrappasso, la carriera edipica di Francesco, comincia proprio così, dal padre. Ingegnere capo delle Fs, governatore regionale dei Rotary, fu propio lui a progettare le infrastrutture dell'Alta velocità a Benevento, un viadotto e il tunnel ferroviario, opera che oggi permette di viaggiare in eurostar da Benevento a Foggia in poco più di un'ora. Strano pedigree per il movimentista che blocca i binari, sabota i cantieri e promette battaglia agli alleati che tentennano sul no alla Tav. «Quando ero piccolo mio padre mi diceva: se vai alla manifestazione ti rifilo due ceffoni. E io col cavolo che ci andavo». Per diventare ribelle Francesco ha aspettato la maturità. Adesso può vantarsi di avere 12 avvocati per le sue 29 cause giudiziarie aperte. Al Rotary ha preferito il Chiapas, ma alle proprietà non ha rinunciato. Qualcuno dica a Bertinotti che il curriculum del suo capolista in Calabria sembra uscito dai registri di uno yacht club di Montecarlo. O forse il leader già lo sa, perchè non è così nuovo il caso di un antagonista che sotto il materasso nasconde un patrimonio da ricco borghese. Ma Caruso li supera tutti, e anche in questo è un no global sui generis: l'unico che partecipa ai cortei in bicicletta per non faticare, e che a Seattle, dopo un assalto al McDonalds's interrogato dalla Cnn sui motivi della protesta così rispondeva: «Nun lo saccio, chillo panino è bbuono assai». Ma lo conoscono meglio a Benevento, dove le malelingue stavolta aggiungono: «Tanto se gli va male in politica, i soldi per arrivare a fine mese non gli mancano di certo». Per lui, San Precario non ha bisogno di preghiere.
BASTA roma...Ritorna solo il 5% delle tasse
LA RABBIA DI COMO: NORD DIMENTICATO Da Roma ritorna al Comune e alla Provincia di Como appena il 5% delle tasse che i lariani versano allo Stato? «È scandaloso - commenta il dato il sindaco Bruni - dal punto di vista dell’equilibrio nazionale, alla faccia della solidarietà tra le varie aree del nostro Paese. Noi abbiamo bisogno di servizi e di infrastrutture e gli investimenti possono essere effettuati lasciando le risorse al luogo che le produce». E il presidente provinciale Carioni lo affianca: «E’ ancora attuale quel manifesto inventato nel 1986 da Umberto Bossi: il Nord raffigurato come gallina dalle uova d’oro utilizzate dal Sud. E c’è chi non vuol più parlare di federalismo. Parliamo allora di riequilibrio, se la parola non piace. Ma il concetto non cambia: il Nord produce e mantiene l’erario, ma è abbandonato a se stesso. Il governo rifletta sulla voglia di federalismo».
"La Provincia di Como" - 19/07/2006 - pag. 1
Tasse e rabbia: «Il Nord è un servo della gleba»
Il sindaco Bruni: «È scandaloso che a Como torni un ventesimo di quanto versato. È come ripiombare nel Medioevo» Carioni (Provincia): «Il Governo rifletta sulla voglia di federalismo. Il Settentrione produce l'erario, ma è abbandonato» «E' ancora attuale quel manifesto inventato nel 1986 da Umberto Bossi: il Nord raffigurato come gallina dalle uova d'oro utilizzate dal Sud. Ne ha fatto memoria il nostro leader la settimana scorsa a Como; mi è tornato in mente riflettendo sul miliardo e mezzo di euro che l'Erario incassa dall'Irpef versata dai comaschi e sulla quota che ci restituisce. Zero all'amministrazione provinciale, il cinque per cento, in media, ai Comuni. E c'è chi non vuol più parlare di federalismo. Parliamo allora di riequilibrio, se la parola non piace. Ma il concetto non cambia: il Nord produce e mantiene l'erario, ma è abbandonato a se stesso». È solo la prima delle reazioni del presidente provinciale, Leonardo Carioni, leghista, alla provocazione dei dati fiscali. Sul gettito Irpef 2002, comunicato dal ministero delle finanze, il Viminale ha ripartito le assegnazioni 2006 per gli enti locali. Briciole: Como ha buttato 282 milioni e 429mila euro di Irpef; sulla base delle norme, avrebbe avuto diritto alla restituzione di 18 milioni, 357.885 euro, ma i calcoli su perequazioni, detrazioni e che altro hanno ridotto la quota di compartecipazione Irpef a 13.971.724,32. «È il 4 % , invece del 5 % della media, contro il 6,5 fissato dalle norme in linea generale. È scandaloso, dal punto di vista dell'equilibrio nazionale, alla faccia della solidarietà tra le varie aree del nostro Paese. Noi abbiamo bisogno di servizi e di infrastrutture e gli investimenti possono essere effettuati lasciando le risorse al luogo che le produce»: è la reazione del sindaco, Stefano Bruni, che ha fatto ancora una volta i conti. E non quadrano. «Ma qualcuno, nel Governo, dovrà pur riflettere se il Nord ha votato sì al referendum, approvando la devolution – prosegue Carioni – vuol dire che noi sentiamo l'esigenza di cambiamento. Roma è troppo lontana, questo è il punto, non può conoscere la nostra situazione, i nostri problemi». Leggeranno i giornali e le statistiche, “quelli del Governo”, capiranno che il Nord, locomotiva d'Italia, chiede risorse, le proprie risorse, per continuare a tirare il carro. «Ma c'è un aspetto ancora più scandaloso – continua Bruni – lo Stato ci ha consentito autonomia nella tassazione locale: ha ridotto i trasferimenti e formalmente ha lasciato via libera all'autonomia impositiva degli enti locali, Ici, tassa rifiuti, occupazione di suolo pubblico e così via. Però, ha fissato le regole e ci chiede pure come spendiamo i soldi recuperati direttamente dai cittadini. Ci ha imposto il patto di stabilità, cioè una serie di vincoli». Come il padre che chiede conto ai figli maggiorenni e già sposati di entrate e spese familiari. «Peggio – esclama il sindaco – siamo nel Medioevo. Siamo come i servi della gleba». E sulle norme, ha molto da dire anche Carioni. «Snellimento: il Nord chiede snellimento – sottolinea – chiede riordino. Faccio due esempi. Un lago, due strade, una sulla sponda orientale e una sulla sponda occidentale. La prima è provinciale, la seconda statale. Ma quante competenze abbiamo? E per il nuovo Sant'Anna, quanti enti sono intervenuti? Per non parlare degli accordi di programma da stipulare su ogni intervento: quanto dispendio. È la cultura della deresponsabilizzazione». Anche la Regione sta diventando farragginosa: «Ma è più facile parlare con Milano che con Roma», conclude il sindaco. E Carioni: «Abbiamo ritrovato l'identità nazionale con il mondiale. Non è meglio dare a ciascuno il suo?».
"La Provincia di Como" - 19/07/2006 - pag. 15 http://www.laprovinciadicomo.it/PolComo/20060719/pdf/CO1907-COMO02.pdf 7/19/2006 rOMA LADRONAUna ricerca statistica con i dati del Ministero: Ritorna da Roma solo un ventesimo delle tasse Gettito Irpef in città pari a oltre 282 milioni di euro, ma lo Stato ne ha versati nelle casse comunali poco meno di 15 A ogni comasco virtualmente restituiti 180 euro. L'intera provincia ne ha pagati in imposte più di un miliardo e mezzo Un miliardo e mezzo di euro. Per la precisione, un miliardo, 408mila e 713 euro: è il gettito Irpef tributato dalla provincia di Como allo Stato nell'anno d'imposta 2002. Le tasse dei comaschi, in altre parole, le imposte dirette, sul reddito delle persone fisiche , cioè quel vento del Nord che tonifica l'Erario. Ma soffia anche l'Iva, che non dovrebbe essere flebile, c'è l'Ires, imposta sul reddito delle società di capitali, Srl e Spa, c'è l'Irap, imposta sul reddito delle attività produttive, che è regionale, ma è pur sempre un prelievo. I dati del 2002 sono i più freschi: risalgono a quattro anni fa, ma sono gli ultimi, pubblicati dal ministero dell'Interno, forniti dal ministero dell'Economia e delle Finanze e su questi dati, il Viminale stabilisce la “compartecipazione Irpef 2006”, la quota che torna ai Comuni e alle amministrazioni provinciali. In pratica, la quota del gettito restituita al territorio, attraverso gli enti locali : mediamente, è poco meno del cinque per cento, secondo calcoli empirici. Dovrebbe essere del 6,5 per cento. Lo dicono le tabelle ministeriali: richiamano a leggi, commi, articoli, sostituzioni e variazioni, per concludere che «l'aliquota di compartecipazione dei Comuni al gettito dell'Irpef è stabilita nella misura del 6,5 per cento e nella misura dell'1 per cento per le province». Poi, però, il Ministero precisa che «la quota di compartecipazione è trasferita nei limiti dei trasferimenti erariali spettanti, i quali vengono decurtati dall'ammontare della quota». Precisazione certamente chiarissima per gli addetti ai lavori. «La compartecipazione Irpef sostituisce i trasferimenti: il risultato è che i contributi dello Stato sono in diminuzione anno dopo anno, per le detrazioni applicate. Più che le tabelle sulla compartecipazione teorica, fanno testo quelle sulle spettanze ad ogni ente, che riportano i dati reali», sottolinea Angela Bertuzzi, ragioniera capo del Comune di Como. Infatti, il gettito cittadino dell'Irpef, nel 2002, è stato di 282.429.000 euro. Con il 6,5 per cento, la compartecipazione sarebbe stata di 18.357.885 euro, ma le spettanze, applicate le detrazioni, sono inferiori e ammontano a 14.947.161, pari a 180,05 euro pro capite. La sola compartecipazione Irpef è di 13.971.724, 32 per 168,30 euro pro capite e il contributo ordinario è di 687.170,57 euro, con media pro capite di 8,17. Ogni contribuente in regola con il Fisco può fare i propri conti su quanto ha dato e su quanto, teoricamente, ha ricevuto. Il confronto con altre città potrebbe essere anche più facile: c'è chi paga meno e riceve di più ed è una vecchia storia. E' la storia del “vento del Nord”, il nord produttivo, che paga le tasse e che si chiede dove vanno a finir tutti quei soldi, perchè non tornano indietro in misura congra ed equa. In Lombardia, la Provincia di Como è la quinta per gettito fiscale. E per l'amministrazione provinciale, se la quota di compartecipazione restituita fosse dell'un per cento, si tratterebbe di 14.087.130 euro. Ma la tabella sulle spettanze dice che l'ente di Villa Saporiti non ha compartecipazione e riceve in tutto 20.847,39 euro di contributi generali, nel 2006, con una media pro capite di 0,04 euro, cioè di quattro centesimi. Ma non ci sono solo i fondi da gettito Irpef per la spesa corrente, bensì anche per gli investimenti. Contributo per lo sviluppo investimenti per il Comune di Como? Zero, dice la tabella ministeriale sulle spettanze. Contributo per lo sviluppo investimenti per l'amministrazione provinciale? Zero. Maria Castelli - "La Provincia di Como" - 18/07/2006 - pag. 14 http://www.laprovinciadicomo.it/PolComo/20060718/pdf/CO1807-CCRO01.pdf Il vero RAZZISMO sta a sinistra…La signora Rosa Russo Jervolino, sindaco di Napoli, ha precisato ieri che la sua città farà una gran festa per il suo campione del mondo Fabio Cannavaro perché "Napoli non è Como o Chantilly ma è una città calorosa e vivace". Ora, a parte che Chantilly si trova in Francia e se a qualcuno venisse in mente di festeggiare la vittoria mondiale degli azzurri sarebbe come minimo preso a torte (di crema) in faccia,. Non si capisce perché la sciura Rosetta debba tirare in ballo proprio Como.
…Poi, sciura Rosetta, si informi prima di parlare, perché Como, proprio di questi tempi, è tutt'altro che fredda e morta. Ogni giorno ci sono eventi e spettacoli (stasera per esempio c'è Enrico Ruggeri), abbiamo la mostra di Magritte che è stata visitata da più di 100 mila persone…
Venga a vederla anche lei, o magari chieda a qualche napoletano che c'è stato se ha trovato un ambiente non caloroso e vivace. Oppure lo domandi ai milioni di turisti che ogni anno scelgono come meta questa città fredda e morta. Saranno tutti masochisti e tristanzuoli? Sciura Rosetta, si documenti.
Possibile che non le sia mai capitata sotto mano, magari dal parrucchiere, una di quelle riviste con le foto dei Vip americani che, sull'onda di Gorge Clooney (Clooney, mica Bombolo e Cannavale) scelgono il nostro lago per vacanze e location cinematografiche? Crede che a Hollywood vi sia un apposito ufficio che cerca città fredde e morte per ambientarvi i film?
Dirà che lei non ha tempo di andare dal parrucchiere o al cinema e la comprendiamo, perché fare il sindaco di una città vivace e calorosa come Napoli dove ogni tanto a qualcuno magari viene in mente di sparare a qualcun altro (vedi alla voce rione Scampia) è una faccenda che ti porta via parecchio tempo.
Però, sciura Rosetta, non dica che non riesce neppure a buttare un occhio alla tv. Perché proprio due settimane fa, su Canale 5, è terminata la replica di una fiction di grande successo: "Un ciclone in famiglia" con Massimo Boldi. E sa dov'è ambientata? A Menaggio, in provincia della fredda e morta Como.
Che fa, sciura Rosetta, il razzismo alla rovescia? Ci sfida alla gara dei luoghi comuni? Beh, tra Como e Napoli chi pensa che vincerebbe? …Si mette a fare come il Totò e il Peppino del "nojo volevam savuar"? Ma come, proprio mentre tutti concionano sulla vittoria mondiale che ha unito gli italiani lei sbraca in questo modo? Ma ci faccia il piacere, sciura Rosetta, poi …per forza che uno si butta sulla devolution.
Francesco Angelini "La Provincia di Como" 14 luglio 2006 2/2/2006 Ecco il programma dell'Unione!Tutto assurdo, ma purtroppo tutto vero: i sinistroidi accusano il mitico SuperG di "incitamento all'odio razziale" semplicemente perché ha consigliato ai suoi concittadini di non affittare o vendere le proprie case a immigrati clandestini, che già per la loro condizione dovrebbero essere espulsi dal territorio della Padania, e nel frattempo propongono espropriare le case ai legittimi proprietari, che solitamente se le sono guadagnate con anni di sacrifici e sudore, per regalarle ai personaggi appena citati. Ma siamo alla follia... E intanto fra Pacs, programmi inesistenti e guerre intestine il Mortadellone e i compagnucci democristi candidano alle prossime elezioni politiche trans e newglobal, sperando di poter realizzare il sogno di una società multietnica, culattonica e filoislamica! Che schifo...
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Mancanza di umorismo...Caricature di Maometto: uomini armati circondano ufficio UE a Gaza
GAZA - Cresce il livello di minaccia contro gli europei nei Territori palestinesi e soprattutto nella Striscia di Gaza nella vicenda delle caricature di Maometto pubblicate da diversi giornali dell'Ue e ritenute 'blasfeme' da esponenti musulmani.
http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200602021036229666/200602021036229666.htm
1/27/2006 Baldracche si nasce! E l’Italia “lo nacque”La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile. Nel Belpaese, purtroppo, è realtà
«L’Italia è di chi se la piglia», dice Francesco Guicciardini. Per tanti versi l’Italia d’oggi assomiglia a quella che nel Cinquecento era nota come la baldracca d’Europa percorsa da eserciti stranieri che vi accampavano diritto di conquista e di bottino. Tre secoli di schiavitù lasciano il segno. «La giustizia senza la forza è impotente», dice Pascal. «La forza senza giustizia è tirannia». La retorica ha rimediato alle manchevolezze del carattere. Se i poeti civili esaltavano il Paese baciato dal destino e dalla fortuna in cui più tenace cresceva la “pianta uomo”, senza che se ne vedessero i mirabili effetti, Corrado Alvaro, più prosaicamente, annotava che «la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile».
L’esempio più prossimo lo vedeva nella sua Calabria. Col tempo la sola unità compiuta è stata quella dell’illegalità diffusa. S’è affermato il concetto, puramente barbarico, che la difesa degli interessi di casta sia più efficace affidarla alla prepotenza piuttosto che al diritto, all’arbitrio piuttosto che alla mediazione. Gli esempi di questi giorni sono calzanti. I metalmeccanici scendono in sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro. Manifestano il loro sacrosanto diritto e poi spaccano le vetrine e occupano le autostrade. Avranno le loro ragioni ma il cittadino ignaro cosa c’entra? Nella psicologia antisociale e corporativa italiana, c’entra. La libertà di sciopero non prevede la limitazione della libertà dei cittadini. Quando si permette l’arbitrio lo stato di diritto è già un’espressione vuota, una vacua enunciazione di principio. Vogliamo proseguire? Siamo ancora a metà del guado col tormentone dei falsi rifugiati africani espulsi dal Canton Ticino e ora accampati nei giardinetti di piazza Repubblica, proprio davanti alle finestre dell’hotel Savoia, quando si dice il panorama! «Il gelo non ci fa paura», hanno gridato stoicamente all’assessore ai servizi sociali, Tiziana Maiolo, che aveva tentato di convincerli ad accettare le condizioni non crudeli offerte dal Comune. Tutte le soluzioni si sono finora rivelate provvisorie. Del loro passaggio nel ricovero di via Ortles resta commendevole traccia nei cessi ridotti a cessi e nelle tapparelle delle finestre rotte. Vogliono una casa con la televisione a colori. Credono di averne diritto e che ne abbiano, in spregio a ogni convenzione civile, glielo fanno credere per tornaconto politico i buoni Samaritani di Rifondazione, che ne spalleggiano le pretese, e i No global dei Centri sociali, che con gli africani condividono l’illegalità dei principi, il disprezzo dei diritti e la medesima frenetica passione per il lavoro. «Sono dei fannulloni», ha detto la Maiolo. Ulteriori spiegazioni sarebbero in effetti superflue. Gli africani, benché spinti da qualche urgenza, dormono fino a mezzogiorno, nel credo comune diffuso nei bassi meridiani del pianeta che non valga affliggersi e che il destino rimedierà. Il tozzo di pane della leggenda biblica è qui invocato come metafora di vita, e se si fa mente locale sul fatto che gli africani in parola provengono dalle lande più miserabili dell’Africa, si comprenderà che tutto ciò che essi riescono a spuntare è tutto di guadagnato. Ha aggiunto la Maiolo che verrà fatto un ultimo tentativo e poi gli africani saranno considerati dei “clochard”. La parola ha ferito la sensibilità politica del camerata Dario Fo che ha rimbeccato la Maiolo. «La Maiolo usa disprezzo per i clochard, che Hitler bruciava nei campi di sterminio». Fo non ha disprezzo di sé, che nel 1944-45 combatteva nelle file dell’esercito nazifascista, e i clochard avevano ben poco da sperare da lui. Fai finta di dimenticare, accusa gli altri dei tuoi medesimi crimini, è l’imperativo dei voltagabbana italiani. È così che il camerata Fo è stato adottato senza rossori dall’estrema sinistra comunista e da Rifondazione. Poveracci! O non conoscono la storia o devono trovarci “amichevoli” assonanze. Gli africani volevano andare a Ginevra per appellarsi all’Onu passando per il Canton Ticino e sono stati rispediti in Italia, questa specie di gigantesca sala d’aspetto di tutti i miserabili della Terra. Il buon senso comune chiederebbe di rimandarli a casa loro senza indugio. Un gesto di forza farebbe troppo onore a un Paese senza cognizione di nazione e di decoro. Gli africani l’hanno capito e giocano l’arma del ricatto. Sanno che nessuno li caccerà. L’Italia non è l’Egitto. In un qualsiasi altro Paese civile la questione sarebbe già stata risolta. Da noi v’è il partito della pietà coalizzato a impedirlo, residuati di comunismo piagnone e certo cattolicesimo missionario. L’Italia dello sfascio morale, antica piaga del Paese di Pulcinella, si rivela in ogni aspetto della vita pubblica. Può stupire che nella zona vesuviana, in provincia di Napoli, la caserma dei Carabinieri sia abusiva? Può meravigliare che il tribunale di Bari sia stato costruito senza licenza edilizia e che la sentenza di condanna sia stata emessa dal medesimo tribunale che siede in un edificio abusivo? L’Italia è nata da un equivoco istituzionale di cui le fonti storiche hanno finito per prendere atto, ma senza farne un dramma. Se ne accorsero i garibaldini reduci dalla spedizione dei Mille nel 1860. Conquistata Reggio Calabria cercarono la strada delle Calabrie che le carte segnavano senza possibilità di equivoco. Su quella direttrice avrebbe marciato l’esercito “meridionale” diretto a Napoli. Fu avviata l’avanguardia ma la strada non venne trovata perché non esisteva. Eppure negli archivi c’erano non solo i piani di costruzione della strada, ma le perizie per l’appalto dei lavori, i contratti di appalto, i verbali delle aggiudicazioni, i pagamenti rateali eseguiti dallo Stato borbonico, e perfino i collaudi effettuati dagli ingegneri. C’era tutto, tranne la strada. Era il miglior epitaffio dell’Italia unita che stava per nascere ed era già morta, però era divertente.
Romano Bracalini - www.ilfederalismo.net - 27/01/2006
1/26/2006 CASO FRANCIA: la società multietnica si raccontaEcco i mali della società multietnica! Ecco dove porta l’indifferenza dell’occidente! E’ la realtà stavolta a parlare. E’ la Francia, con i suoi 5 milioni di extracomunitari, a scuotere le coscienze. Ma nella “nazione meticcia” del continente europeo cos’ è accaduto? La risposta è molto semplice.
La classe dirigente si è a lungo cullata nell’illusione che fosse possibile integrare chiunque, grazie a una scuola laica e ad un assistenzialismo pervasivo, gravante sulle finanze dei cittadini locali. Ora l’aspetto fallimentare di questo modello assimilatorio e tributario è evidente; lo straniero, in risposta all’ottenimento di case popolari e di aiuti economici di vario tipo, non grida la sua gratitudine, né tanto meno sostiene gli ideali repubblicani che lo hanno accolto. Gli stranieri, soprattutto nordafricani, in un quadro di criminalità altamente organizzata si impegnano ad incendiare in poche notti più di un migliaio di veicoli, a saccheggiare e a distruggere negozi, autosaloni, laboratori tessili e ogni bene della patria ospite. Questa è la realtà con cui la Francia deve fare i conti oggi ed è solo uno scorcio, il primo esempio, di un più ampio contesto europeo. Al di fuori di una connotazione empirica, che merita comunque di essere trattata, la società multietnica è definibile come un sistema sociale in cui vivono soggetti con identità storico-culturali diverse. Il principale fattore di genesi della “comunità meticcia” è inoltre rappresentato dal fenomeno delle migrazioni internazionali, che crea maggioranze e minoranze e quindi sbilanciamenti nell’insieme collettivo. Detto questo appare evidente la quantità di “virus conflittuali” che un simile modello sociale è in grado di incubare e le argomentazioni a sostegno di questa tesi toccano i più svariati aspetti. Per cominciare si è in presenza di culture spesso basate su valori morali opposti e già questo dice molto circa la limitata possibilità di convivenza di tali culture. In ambito spirituale inoltre i cristiani proclamano una religione definita “dell’amore”, ma tale amore viene calpestato dalla follia islamica, follia resa tristemente nota dalla cronaca. Tra l’altro, all’interno del quadro giuridico, gli occidentali reputano la legge strumento di organizzazione e mantenimento sociale. Per gli islamici invece il Corano è un ampio e non trasgredibile ordinamento giudiziario e, come tale, è ritenuto al di sopra della legge del paese ospitante (questo vale anche per l’islam moderato!). Passando infine a caratteri intrinseci alla natura umana c’è da ricordare l’innata diffidenza avvertita dalle persone verso coloro che si presentano diversi e che è spesso base di discriminazioni interne e reciproche. Ci sarebbero molti altri “virus conflittuali” da elencare, ma riportare la cruda realtà lascerà al lettore la facoltà di giudizio. In merito, proprio in Francia, il paese di Evry (a 30 Km da Parigi) si è tramutato da collettività tipicamente occidentale, in cui echeggiava un caratteristico dialetto popolare ( l’argot), in paese islamico, in cui francesi e turisti non sono graditi. Gli extracomunitari governano l’intero territorio e il municipio è ormai stato privato del tricolore francese. In Olanda, ogni anno, circa 30 mila residenti, sotto la spinta dei nuovi arrivati islamici, sono costretti ad abbandonare la propria terra! Ogni ulteriore commento appare tristemente superfluo. E in Italia? Lo stesso panorama! San Salvario, ad esempio, è un grosso quartiere torinese che ormai da tempo vive al di fuori della giurisdizione italiana. Spaccio di droga, prostituzione e accoltellamenti sono il quadro dipinto dagli immigrati in questa vasta zona del capoluogo piemontese. Ma parliamo della nostra Brescia. Quartiere Carmine. Il “San Salvario” in versione ridotta che ci è più vicino.
Villaggio Prealpino. Un agglomerato di palazzi affollato in prevalenza da africani che vivono in completa balìa della legge del più forte.
Mandolossa. Territorio del pesante business della prostituzione incontrollata.
Non è forse ora di reagire?! Non è forse tempo di abbandonare il “politicamente corretto” firmato Sinistra?! Quelle riportate non sono parole; si tratta di penose realtà agevolate da quei “bonisti” che predicano l’etica a favore di chi la calpesta! Il Carroccio, da parte sua, lotta da anni contro questi scenari di ordinaria follia. Tra gli esempi di maggiore rilievo sono citabili la “Bossi-Fini”, accolta dagli altri Paesi europei come valido e innovativo modello di regolamentazione dell’immigrazione, nonché un recentissimo documento normativo che scandisce, in 65 idee, il tema “integrazione”, in un ottica completamente diversa da quella fallimentare cui siamo stati abituati fino ad ora. Siamo aggrediti e dobbiamo pensare a reagire! Difendiamo la nostra cultura, i nostri valori, i beni materiali e morali che da sempre appartengono al nostro mondo e facciamolo prima che sia davvero tardi! Mentre l’occidente dorme i “Paesi della mezza luna” si impegnano a dominarlo e al tardivo risveglio i nostri occhi saranno costretti a guardare una realtà senza futuro, un incubo di malavita e miseria che, passo dopo passo, ci condurrà sempre più lontani da questa società che non abbiamo saputo difendere per tempo. Movimento Giovani Padani Quinzano (Bs) 1/25/2006 La nuova legge sulla legittima difesaApprovata la legge: prima si valutava la proprozione tra minaccia e reazione, ora si può reagire anche ad aggressioni possibili
Finalmente !!! Era ora che venisse riformata la legge sulla Legittima Difesa che appariva palesemente inadeguata ai tempi odierni che purtroppo quotidianamente ci parlano di crimini sempre più efferati, di cruente aggressioni a commercianti e di brutali rapine in villa condite da pestaggi, sevizie e magari stupri. Sino ad oggi il negoziante assalito nel proprio esercizio o il cittadino aggredito nella propria abitazione da rapinatori in caso di più che giustificata reazione a colpi di pistola finiva per essere incriminato per eccesso di legittima difesa; le cose però sono finalmentecambiate e per i buoni rispondere a tono ai cattivi sarà legittimo.
In una società che vede un aumento esponenziale di crimini feroci, spesso perpetrati da slavi sempre più violenti e privi di scrupoli, è stata finalmente approvata la legge di riforma dell’Articolo 52 del Codice Penale relativa al concetto di legittima difesa: la riforma varata dal Parlamento autorizza l'uso di armi per difendere la vita e i beni. Nell'ipotesi di violazione di domicilio, in altri termini, non sarà più punibile (in quanto il rapporto di proporzione tra difesa e offesa è ora presunto ex lege) chi spara contro il malvivente o lo colpisce con un coltello per difendere la propria o altrui incolumità. Sarà finalmente consentito sparare per difendersi anche se ad essere minacciati sono solo i beni della persona aggredita, salvo che il malfattore desista dal suo intento e fugga. D'ora in avanti se il ladro entra in casa si potrà sparargli senza correre il rischio di finire in carcere, neanche se si uccide il malvivente. E nemmeno se quella reazione è «sproporzionata» alla minaccia effettiva. La Camera ha approvato la legge sulla legittima difesa, che prevede la possibilità per i cittadini di usare le armi in casa per difendere se stessi o i propri beni. Il provvedimento fortemente sostenuto dalla Lega è passato con 244 voti a favore e 175 no. Le nuove norme sulla legittima difesa valgono non solo all'interno delle abitazioni private, ma anche nei negozi e in ogni luogo dove sia svolta attività commerciale e imprenditoriale. In dettaglio la nuova normativa prevede che chi, trovandosi in casa propria o sul luogo di lavoro, si sente aggredito o minacciato, o crede minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, può reagire come crede, utilizzando le armi «legittimamente detenute» ed anche uccidendo, perchè la sua reazione sarà sempre considerata «proporzionata». Due le novità principali: In casa reazione comunque proporzionata: la legge che il rapporto di proporzione esista sempre se qualcuno che si trova in casa propria o nel posto dove lavora «usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo» per difendere non solo la «propria o altrui incolumità», ma anche i beni «propri o altrui». E questo quando «non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione». Cancellato l'eccesso di difesa: secondo la nuova legge non esiste più l'eccessao di difesa per il quale fino ad ora si poteva venire condannati. Altri luoghi: la difesa nei termini di legge può essere esercitata anche in ogni altro luogo «ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriali» Un simile provvedimento era a dir poco imperativo: pensate ai benzinai o ai gioiellieri che rischiano quotidianamente la vita semplicemente per fare il proprio lavoro e che in caso di più che giustificata reazione rischiano anche di finire sotto processo... I soliti buonisti sinistroidi avranno da obiettare che in questo modo si incentiva la giustizia privata stile “Giustiziere della Notte” e cose del genere: niente di più lontano dalla verità, con tale riforma infatti si autorizzano semplicemente le persone perbene a non dover subire più passivamente la violenza cieca ed incontrollata dei criminali; dobbiamo tenere ben presente che sino ad oggi “i cattivi” non hanno mai avuto problemi a reperire armi di ogni tipo, a girare tranquillamente armati, e a fare ciò che vogliono ai danni di bravi cittadini per i quali al contrario il rilascio di porto d’armi per pistola richiede, quando accordato, un iter burocratico lunghissimo.
Siamo pienamente sicuri del fatto che, al di là delle scontate polemiche della sinistra politically correct che parla di Far West e dei soliti rammolliti pacifisti (ma ricordate che persino un pacifista "doc" come Bono degli U2 ha dichiarato che se criminali irrompessero in casa sua si difenderebbe con ogni mezzo...) questa Legge sarà un ottimo deterrente nei confronti della delinquenza che infesta con sempre maggior violenza le nostre città e darà a tante persone oneste la possibilità di poter tornare a casa vive o di difendere i propri cari e le proprietà. Ammetto che sia brutto doversi ritrovare a ragionare in questi termini, però l’unico sistema per difendersi da malviventi sempre più spietati è cominciare a scoraggiarli con l’unico modo che comprendono: la paura concreta di beccarsi una pallottola in fronte! ---------------------------------------------
Finalmente! Era ora che si mettesse fine all'assurda situazione per cui se ti difendevi dai ladri che entravano a casa tua per rubare (e spesso picchiare, quando non uccidere) RISCHIAVI TU LA GALERA, invece dei delinquenti... Grazie alla Lega, che ha voluto fortemente questa nuova legge, e grazie a tutti quelli che hanno votato a favore. A chi ha votato contro, e a chi commenta solo per partito preso, auguro di trovarsi in casa propria e veder entrare due o tre rapinatori (magari albanesi o rumeni) con pistola alla mano. Poi ne riparliamo... 1/24/2006 Europa e famiglia: una deriva pericolosaMercoledì scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui invita gli Stati membri a equiparare le coppie omosessuali a quelle eterosessuali, e condanna come omofobici gli Stati che si oppongono al riconoscimento delle coppie omosessuali. L'episodio, che conferma la deriva autoritaria da tempo rilevabile nelle istituzioni europee, merita alcuni commenti. In primo luogo il Parlamento europeo non ha competenza alcuna in materia di diritto di famiglia, come peraltro non ce l'ha nemmeno l'Unione europea in quanto tale.
Dal momento che la divisione dei poteri, e dunque il rispetto delle competenze, è un pilastro della democrazia, la pretesa dell'assemblea di Strasburgo di prendere posizione in proposito è molto preoccupante, e andrebbe perciò contestata fermamente. Già in Italia siamo alle prese con una crisi istituzionale che vede il Parlamento sempre più esautorato da giudici che si ergono a uomini di governo, sindacati che pretendono di concordare direttamente con il governo le leggi che li interessano, e anchor men televisivi che sottraggono alle aule parlamentari la loro funzione di sedi del dibattito politico. Se a questo si aggiunge un Parlamento europeo che non si fa gli affari suoi c'è da temere che la vita pubblica finisca per trasformarsi in un catastrofico carnevale permanente.
In secondo luogo c'è da dire sulla sostanza della risoluzione, e quindi sulla sua natura sostanzialmente autoritaria. La definizione di «omofobico» appioppata a chiunque non sia disposto ad accettare che la sessualità secondo natura e la sessualità contro natura vengano messe incondizionatamente sulla stesso piano ha un chiaro obiettivo: quello di bloccare a priori qualsiasi dibattito sulla materia. La filosofia del gay pride è soltanto una delle varie risposte possibili al dramma dell'omosessualità, e a mio avviso è la peggiore. Al di là questo non è comunque l'unica risposta. Brandendo invece il manganello del gay pride si pretende di imporla a tutti come obbligatoria. Siamo insomma di fronte a una nuova forma di squadrismo. Esiste piuttosto un'altra posizione, quella di chi considera che l'omosessualità sia un handicap, e quindi l'omosessuale sia una persona che merita il rispetto, le attenzioni e l'atteggiamento non discriminante dovuti rispettivamente a chiunque sia portatore di un handicap. Questo senza la pretesa che, in nome delle pari opportunità, tutti debbano fare come se fossero handicappati. In terzo luogo l'episodio suona come un nuovo campanello d'allarme di fronte ai tentativi che da varie parti si stanno facendo per riesumare il progetto di trattato costituzionale elaborato dalla Convenzione europea e poi non a caso battuto negli unici due referendum popolari cui venne sottoposto. L'architettura istituzionale di quel trattato, la cui impronta autoritaria è evidente, sembra fatta apposta per consentire colpi di mano come quello su cui qui ci siamo soffermati, dando inoltre ad essi anche la forza esecutiva della quale finora sono privi. È un rischio che non ci si può permettere. "Il Giornale" - 24-01-2006
1/17/2006 Storia di un Ladro di Cavalli...Garibaldi. "Un babbeo". Senza attenuanti. Maxime du Camp, scrittore francese e camicia rossa di complemento, non riconobbe a Garibaldi alcuna intelligenza politica. "Provava un certo vigore davanti all'ostacolo solo perché poteva investirlo come un cinghiale arrabbiato".
Giuseppe Mazzini, in una lettera a Giacomo Daniele, non esitò a sostenere che "Garibaldi, quanto a coerenza di idee, è una vera canna al vento". Denis Mack Smith lo considerò "rozzo e incolto". E Indro Montanelli lo giudicò "un onesto pasticcione". Ma anche la sua onestà è una pura leggenda, come vedremo più avanti. Tracagnotto e con le gambe corte, veniva descritto come un gigante alto otto piedi. E si giurava che, dopo ogni combattimento, si scuoteva la giubba per far cadere le decine di palle di fucile che l'avevano colpito senza ferirlo. Questo nobile cavaliere dell'ideale ebbe la delicatezza di chiamare il suo asino "Pio IX" e di definire il Santo Papa Mastai Ferretti "un metro cubo di letame": eleganze da vecchie carogne massoniche (era infatti un "pezzo grosso" della massoneria). Era un tipo del tutto eccezionale, anticonformista, si trattasse di idee politiche o di religione, di abitudini personali o di abbigliamento. Per qualche anno si vendettero le camicie alla Garibaldi, i mantelli alla Garibaldi, il cappellino alla Garibaldi. Piacevano i panni di eroe intraprendente che, da solo si era cucito addosso: come i protagonisti dei romanzi d'appendice. Appassionato eppure senza legami sentimentali troppo consolidati. Antesignano delle proteste socialiste e, tuttavia, dichiaratamente favorevole alla dittatura. Garibaldi cominciò a cacciarsi nei guai nel 1834, nel tentativo di partecipare ad un moto insurrezionale di Genova. Né lui né i suoi amici avevano idea di come si potesse organizzare una cospirazione efficace e si trovò in fuga sulle montagne travestito con gli abiti da contadino che una fruttivendola gli regalò. Passò la frontiera francese e fu arrestato, fuggì e rischiò una seconda volta l'arresto. Il Piemonte lo condannò a morte. Nel 1835 arrivò in Brasile. A Rio de Janeiro, con due compaesani, si lanciò in un'impresa di trasporti, che fallì poco dopo: non aveva testa per gli affari. Altra era la sua vocazione. In una notte di luna piena, con sei compagni, rubò una nave ormeggiata nel porto. I pochi marinai di guardia furono gettati in mare e l'eroe prese il largo per continuare la sua battaglia. Combatté per tre anni contro il Brasile tentando di aiutare Bento Gonçalves che si era proclamato governatore della provincia meridionale, il Rio Grande do Sul, avviando una sua personale guerra per conquistarsi un trono. Fu arrestato e finì in prigione. Dal 1843 al 1848 combatté contro l'Argentina. Anche qui è difficile comprendere le ragioni della contesa fra i possidenti dell'Uruguay e il generale Rosas; Garibaldi assaliva le navi e le depredava. I suoi soldati, sedicenti liberatori, piombavano sui villaggi con la foga dei conquistatori, allettati dai vitelli delle loro stalle e dalle donne delle loro case. Un giorno entrò in un magazzino di stoffa, rubò una partita di tessuto rosso destinato a cucire i grembiuli dei macellai, i "saladeros", e fece imbastire le nuove uniformi. Con addosso una camicia rossa, quella banda di teste calde diventò un piccolo esercito: la "legione italiana". Non hanno lasciato un buon ricordo, ed ancora oggi Garibaldi da quelle parti è considerato un bandito: il bandito dei due mondi. Giornalisti francesi ed inglesi cominciarono a diffondere in Europa la leggenda dell'eroe veloce e impavido, coraggioso e altruista. Garibaldi in Sud America trovò anche il tempo di fare il negriero, come ha confermato lo storico Giorgio Candeloro in un'intervista su La Repubblica del 20 gennaio 1982: "Garibaldi, un po' avventuriero, un po' uomo d'azione va in Perù; e [nel 1852] come capitano di mare, prende un "comando" per dei viaggi in Cina. All'andata trasportava guano (depositi di escrementi d'uccelli che si trovano nelle isole al largo del Perù), al ritorno trasportava cinesi per lavorare il guano: la chiavitù in Perù era stata abolita e il guano non voleva lavorarlo più nessuno. Insomma un lavoretto un po' da negriero". Nel 1848 aveva partecipato alla "prima guerra d"indipendenza". Alternava le cariche a cavallo con quelle sotto le gonne, con identico spirito di conquista. Non stette a badare se erano mogli di amici e non si preoccupò che gli venissero attribuiti una dozzina di figli fra legali, mezzi legali e illegittimi. Un giorno, quando era ancora in Sud America, a bordo della nave Rio Pardo, vide con un cannocchiale il viso di Anita. Decise che doveva essere sua. Peccato che Anita fosse sposata a Manuel Duarte, un calzolaio; ma Garibaldi non si arrese per così poco. "Un uomo - confessò, infatti, l'eroe - mi invitò a entrare: sarei entrato senza invito". "Vidi la giovane! Tu sarai mia!" E, probabilmente, per conquistare il cuore di Anita, fu necessario ammazzare lo sposo. Il povero calzolaio protestò? Tentò di reagire? Cercò aiuto per affrontare il rivale? Un giorno non lo videro più in paese e le ricerche non ebbero esito. Anita seguì Garibaldi sul battello e vissero come marito e moglie. Con qualche rimorso postumo il Generalissimo sentenziò: "Se vi fu colpa, io l'ebbi intera, e vi fu colpa". Per uno che aveva fatto il ladro di cavalli ed il mercante di schiavi, era poca cosa. Ma poi toccò a Garibaldi di trovarsi cornuto. Nel 1859 aveva avuto un'avventura con Giuseppina, figlia illegittima del marchese Raimondi; Giuseppina qualche tempo dopo si presentò all'eroe con l'addome appena ingrossato. Niente paura. L'eroe cnosceva le regole di comportamento di due mondi e le nozze furono programmate per il 24 gennaio 1860 nella cappella privata della villa della famiglia Raimondi. Garibaldi già era impaziente di partire per la luna di miele, quando a guastare la festa arriva un biglietto scritto probabilmente dal conte Giulio Porro Lambertenghi: a mettere incinta Giuseppina non era stato Garibaldi, ma un garibaldino, Luigi Càroli, nelle grazie della marchesina. La donna non ebbe il coraggio di negare; l'eroe si limitò a schiantare una sedia per terra (tutti pensavano che l'avrebbe spezzata sulla schiena della fedifraga, ma Garibaldi era un gentiluomo...) e se ne andò via. Qualche mese dopo eccolo a capo della spedizione in Sicilia. Senza le corna di Garibaldi è difficile pensare ad un'Italia unita: come immaginare l'impresa dei Mille con un Garibaldi fresco sposo? Poco prima Nizza, la sua città, era stata ceduta da Vittorio Emanuele II alla Francia: ma lui, invece di andare a liberare la sua città dai Francesi, correva a "liberare" la Sicilia e il Sud dal napoletano Francesco II... All'impresa dei "Mille", sponsorizzata dalla Gran Bretagna, partecipavano Nino Bixio, pezzo grosso della loggia massonica Trionfo Ligure e l'avvocato Francesco Crispi (futuro colonialista e un po' forcaiolo); anzi di avvocati ce n'erano 150, 100 medici, 20 farmacisti, 50 ingegneri; 60 vennero definiti "possidenti"; neanche un contadino. Quasi tutti scappavano da qualcuno o da qualcosa: mogli abbandonate, amanti infuriate, figli illegittimi, conti da regolare con la giustizia e non sempre per ragioni politiche. I due vapori Piemonte e Lombardo non furono affatto "rubati" (come d'altra parte era loro costume) dai garibaldini, ma furono acquistati con un regolare certificato di vendita firmato, controfirmato e arricchito con ogni genere di garanzie fidejussorie. Il proprietario, Raffaele Rubattino, si fece dare tutte le garanzie che il debito sarebbe stato onorato dagli uomini dei servizi segreti piemontesi. Bisognava fare "l'Italia unita", ma non rimetterci neanche una lira!... Il governo piemontese era consapevole e responsabile del progetto d'invasione nel Regno delle due Sicilie: non soltanto sapeva, ma, in qualche modo, era parte attiva nell'approntare la spedizione. Non ci sarebbe stata conquista del Regno delle Due Sicilie se non si fossero unite le convenienze inglesi con quelle della mafia meridionale e se, gli uni e gli altri, non avessero finanziato e soccorso il movimento insurrezionale. Non per il tricolore né per la causa dell'unità di un paese. Semplicemente perché il loro interesse non era più compatibile con la monarchia dei Borboni: occorreva scalzare dal trono quei re per sostituirli. Con chi non aveva molta importanza. La sua "onestà" è una pietosa frottola: era un pitocco, come tutti gli accattoni. Nel 1874 il figlio primogenito, Menotti, chiese ed ottenne, grazie anche all'intervento di papà, un prestito di duecentomila lire (un miliardo e trecento milioni di lire, pari a 671.394 euro!) dal Banco di Napoli, l'ex Banco delle Due Sicilie. Garibaldi garantì personalmente la restituzione del debito. Sta di fatto che i soldi non furono mai restituiti, e la banca, probabilmente per qualche intervento dall'alto, rinunciò definitivamente ad incassare. Nel maggio 1875 Garibaldi rifiutò fieramente il cospicuo vitalizio di centomila lire (mezzo miliardo, pari a 258.228 euro) annue accordatogli dal governo; l'anno successivo, però, accettò il dono nazionale di un milione e la pensione di 50.000 lire annue (prelevate dalle casse dello stato a riempire le quali contribuiva soprattutto il sudore dei contadini, meridionali e non, sui quali gravava ancora, fra le tante, la famigerata tassa sul macinato...). Queste non sono insinuazioni, ma è tutto documentato nel bel libro di Erminio de Biase L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie, pubblicato da Controcorrente. Ebbe un sussulto di resipiscenza, quando, in una lettera ad Adelaide Ristori, scrisse: "...non rifarei le vie del Meridione, per timore di essere preso a sassate". Lorenzo Del Boca (Maledetti Savoia, edizioni Piemme, Casale Monferrato 1998) 1/16/2006 Il Partito PerbeneMa avete fatto bene a dirlo, che siete un Partito di Gente Perbene. Perché è giusto che la gente lo sappia. Che non si giudica un partito da un'OPA irregolare dettata al telefono. Un partito lo giudichi dal carisma, dall'altruismo, dalla fantasia. Prendi D'Alema, per esempio. Lui, i suoi finanziamenti li raccoglie fuori dal partito. I politici perbene le cose le fanno così. Può contare sulla Fondazione Italianieuropei, da lui presieduta, credo, sin dalla sua creazione (nel 1998; Giuliano Amato è il Presidente del Comitato Scientifico). La Fondazione Italianieuropei è "un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, per contribuire alla vita politica con soluzioni di governo adeguate al nuovo scenario mondiale attraversato da potenti correnti di innovazione di cui l’Italia è stabilmente partecipe". Non vi sembra un progetto Perbene? Ma, naturalmente, per fornire un luogo d'incontro alle diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, servono delle strutture. Sale riunioni capienti da noleggiare – e il catering, non scordiamoci del catering! perché forse nulla accomuna le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano come quel certo languorino allo stomaco che ti assale dopo un paio d'ore di convegno sulle privatizzazioni. In breve, servono danari. Come dappertutto. Ma non c'è problema, gli Italianieuropei sono gente Perbene, che si fa finanziare alla luce del sole. La lista dei Soci benemeriti è pubblicata sul sito. Un po' in piccolo, è vero, in grigio su sfondo bianco, ma c'è. Tra i Soci benemeriti della Fondazione figurano esponenti del mondo imprenditoriale come, tra gli altri, Guidalberto Guidi, Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Claudio Cavazza, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto insieme ad aziende quali Pirelli, Gruppo Marchini, Philip Morris, Glaxo Wellcome, Pharmacia & UpJohn, Lega delle Cooperative, ABB ed Ericcson.La pagina spiega anche cosa significa essere Soci benemeriti. Significa scucire per gli ItalianiEuropei, almenocinquanta milioni di vecchie lire. Che per la Lega delle Coop o per Philip Morris sono ben poca cosa, intendiamoci. Ma anche con queste poche cose si può fare tanto, per il riformismo italiano. Vi chiederete: come mai di questa storia non se ne parla? Ma perché tutto questo è assolutamente legale, trasparente e alla luce del sole. In un mondo di torbidi contatti tra Economia e Potere, possiamo dire che D'Alema ci mostra la via per entrare nel Terzo Millennio: fundraising puro, all'americana. In confronto Berlusconi ci fa una figura anni '60: il tycoon prestato alla finanza… roba da Kennedy, da Rockfeller. Pussa via. Gli unici che si siano mai preoccupati di questa storia sono quegli svitati di Indymedia. Tre anni fa. A quei tempi scoppiò uno scandalo su un colosso farmaceutico che corruppe 3000 medici solo in Italia. Ve ne ricordate? No. Nessuno se ne ricorda. Strano. Beh, lo stesso colosso farmaceutico finanziava già da allora gli ItalianiEuropei. Qualcuno lo scrisse su Indymedia. Io andai a vedere e ci scrissi un pezzo. Poi, più nulla. Lo ammetto, ogni tanto andavo a controllare. Mi aspettavo che D'Alema o chi per lui togliesse dalla pagina dei Soci Benemeriti il nome del Colosso farmaceutico in questione. E mi sbagliavo. Perché D'Alema è una persona perbene, che non abbandona i suoi Soci Benemeriti nelle difficoltà. Come quel colosso del tabacco, anche lui con tante grane legali in tutto il mondo… È curioso, ma ora che ci penso, il governo che ha inasprito sensibilmente la legislazione antifumo in Italia non è stato quello presieduto da D'Alema. È stato un altro. Per avere una legislazione antifumo che l'Europa ci ammira, abbiamo dovuto aspettare che D'Alema (e Amato) si schiodassero da Palazzo Chigi. Magari è solo una coincidenza – figurati se un colosso del tabacco non finanzia in parti uguali tutti i contendenti, in America si fa così – e poi, andiamo: D'Alema è una persona Perbene. E le persone Perbene, queste cose, non le fanno. Non le pensano. Già pensarle, significa non essere più tanto Perbene. E poi se la prendono perché c'ha la barca – è una cosa che mi fa incazzare. Che provinciali, Dio. Finalmente abbiamo un politico che sa fare fundraising, che prende soldi puliti da Glaxo, Philip Morris, Pharmacia & UpJohn, Legacoop, Ericcson… ma voi ve la prendete perché c'ha la barca. Giurassici, siete. E per niente Perbene. Tratto da: Leonardo 1/12/2006 Ma che bravi questi islamici...La deposizione nel corso di un processo contro sei islamici
Un tunisino parla di bombe contro Duomo, metropolitana e questura Terrorismo, un pentito rivela "Pronti a colpire Milano e Cremona" MILANO - I terroristi islamici presenti in Lombardia avevano organizzato quattro anni fa diversi attentati che avrebbero dovuto aver luogo nel Duomo di Cremona e in due stazioni della metropolitana di Milano (stazione Centrale e Duomo). Lo ha detto Zouaoui Chokri, tunisino, principale pentito nell'inchiesta bresciana (l'unica che ha portato finora in Italia a due condanne per terrorismo internazionale),nel corso della sua deposizione davanti ai giudici della prima corte d'Assise di Milano.
La deposizione è avvenuta nel corso di un processo a carico di sei presunti terroristi islamici, tra i quali lo sceicco Abderrazak. Nel dicembre di quattro anni fa, 27/esimo giorno dopo il Ramadam, secondo la testimonianza del tunisino, insieme col Duomo e il metrò di Milano, nel capoluogo lombardo sarebbe dovuta saltare anche la questura. Secondo Chokri, nel 2002 il Duomo di Cremona fu scelto "perchè rappresenta un simbolo per i cristiani ed anche perchè essendo ubicato in una posizione molto centrale, soprattutto nelle ore serali è molto frequentato". Le due stazioni della metropolitana di Milano, invece, erano state scelte perchè "particolarmente affollate". Per far saltare il Duomo, i terroristi avrebbero utilizzato una Renault 14 di colore verde imbottita di esplosivo C4 fatto arrivare da Firenze. Nascosto dietro un paravento, Chokri sta ripercorrendo le dichiarazioni rese durante le indagini preliminari, a cominciare dai suoi rapporti con l'ex imam di Cremona, Mourad Trabelsi. Chokri aveva raccontato di fare parte di una 'cellula dormiente' che doveva raccogliere fondi, addestrare i guerriglieri e reclutare aspiranti kamikaze. Il gruppo avrebbe però fatto un salto di qualità progettando gli attentati. ("La Repubblica" - 12 gennaio 2006)
Continuino pure, i nostri amici sinistroidi e buonisti, a predicare l'accoglienza tacciando di razzismo chiunque cerchi di far presente che forse tutti questi personaggi potrebbero essere un pochino pericolosetti... Continuino pure, i nostri simpatici vicini di casa, a guardarci in cagnesco perché parliamo ancora la lingua dei nostri padri e festeggiamo ancora il rito sanguinario del Natale anziché torturare pacificamente gli animali durante la "Festa del Perdono". Continuino, presidi e professori intelligenti, a togliere presepi e crocifissi dalle scuole per non turbare la sensibilità dei bimbi musulmani, e presto si accorgeranno di cos'hanno fatto, ma sarà troppo tardi. Quando a Torino, a Como, a Milano, a Bergamo, a Brescia, a Venezia bruceranno ogni giorno non una ma dieci, cento, mille banlieu, quando le loro mogli e figlie per uscire di casa dovranno coprirsi completamente il volto a meno di avere la certezza di subire pesantissime violenze, quando le chiese, le metropolitane, le piazze delle nostre città salteranno per aria (a leggere sopra non manca poi molto) per mano di quelli che fino al giorno prima erano irreprensibili operai, impiegati, studenti ('cellule dormienti', così si chiamano) forse ammetteranno che avevamo ragione. Come al solito, sarà troppo tardi... 1/11/2006 Con le mani nella marmellata«Quando D’Alema ci chiese: aiutate il partito»
La Tangentopoli che imbarazza la sinistra non lo trova affatto sorpreso. «Me l'aspettavo - afferma senza tanti giri di parole Nino Tagliavini -. Il collateralismo fra il partito comunista e le cooperative c'è sempre stato. Ora, finalmente, se ne vedono gli effetti perversi». Lui quella vicinanza pericolosa fra Coop e Botteghe Oscure la raccontò in prima persona agli investigatori di mezza Italia: era il 1994 e il manager reggiano, presidente dell'Unieco, fu prontamente ribattezzato il Mario Chiesa del Pci-Pds. Paragone coraggioso perché le rivelazioni del pentito che raccontava di aver portato una valigetta con 370 milioni non dichiarati a Botteghe Oscure non portarono ad alcun risultato. O meglio, per quella vicenda fu recapitato un invito a comparire per finanziamento illecito a Massimo D'Alema, ma l'accusa fu poi archiviata dal gip di Reggio Emilia dopo aver zigzagato fra diverse Procure. E la storia finì in archivio con la seguente motivazione: non è dimostrato che D'Alema avesse chiesto aiuto alle coop, ma se anche fosse stato questo non significa che lui sapesse l'origine illecita dei soldi. Tagliavini resta però un testimone scomodo di quella stagione, la cui coda è rimasta impigliata nelle aule di tribunale per anni. Tagliavini ha collezionato una condanna, per finanziamento illecito alla Dc, alcune assoluzioni, molte prescrizioni. L'ultima pochi giorni fa.
Come si entrava nel giro degli appalti?
A livello locale?
Lei versò oboli ai tre partiti?
Sarà, ma lei ha ammesso di aver versato soldi a Botteghe Oscure in una sola circostanza. Come mai?
Dunque diede solo quei 370 milioni?
Chi c'era esattamente intorno a quel tavolo?
Le parve un ragionamento strano?
Lei che cosa capì?
Tutto normale?
Poi che successe?
Dentro una valigetta?
Chi ricevette il regalo?
Fu l'unica volta?
Come è finita questa storia?
Come reagì il partito alle sue rivelazioni?
Oggi?
"Il Giornale" - 11/01/2006 - pag.7
I moralisti, quelli che vanno a spulciare il granello di sabbia in casa altrui, eccoli qui, smascherati finalmente speriamo una volta per tutte; ormai la pentola è scoperchiata, caro Baffino...
1/9/2006 Como: musulmani al Palasampietro per la "festa del sacrificio"Contrariamente a quanto annunciato in un primo momento, sarà celebrata domani mattina nella struttura di Casnate Con Bernate la tradizionale liturgia islamica. Il presidente della Comense, Antonio Pennestrì, ha concesso lo spazio: "Un gesto di civiltà per la pacifica convivenza".
Pregheranno tutti insieme al Palasampietro di Casnate Con Bernate come già fatto lo scorso anno. Contrariamente a quanto annunciato in un primo momento, la comunità islamica di Como si riunirà domani mattina nella struttura sportiva per celebrare l'annuale "festa del sacrificio". Un appuntamento tradizionale per i musulmani.
Nelle ultime ore sembrava che la Comense, società sportiva che gestisce il palazzetto, non potesse concedere lo spazio. Poi le cose sono cambiate. Una decisione arrivata "in nome della pacifica convivenza", ha puntualizzato il Presidente Antonio Pennestrì. "Lo scorso anno ho concesso il palazzetto - ha spiegato alla redazione - perché ritengo che si possa convivere senza tensioni né guerre. Io sono molto cattolico e so quanto può essere importante per un religioso pregare". "Quest'anno - ha proseguito - ero indeciso perché dopo la mia decisione sono stato duramente attaccato. Poi ho sentito la questura di Como mi hanno chiesto di aprire di nuovo le porte e l'ho fatto". Teme nuove contestazioni adesso? "Forse arriveranno, ma anche i loro bambini hanno diritto di festeggiare. Io credo davvero che si possa convivere in pace aiutandosi".
Risolto questo problema rimane sul piatto la questione moschea, ancora irrisolta. Il portavoce della comunità Sawfat El Sisi, potrebbe recarsi nuovamente in consiglio comunale, questa sera, per tentare di affrontare il tema con il sindaco Stefano Bruni, con il quale però i rapporti non sono certo idilliaci. Di fatto il tema dovrà, prima o poi, essere affrontato.
Difficile pensare a un'invasione di fedeli musulmani questa sera a Palazzo Cernezzi, come avvenuto in passato. Più probabile la presenza del solo El Sisi. Poi venerdì i fedeli di Allah torneranno, con ogni probabilità, a Muggio per la preghiera del venerdì.
Ciaocomo.it - Lunedì, 09 gennaio 2006 ore 17:22:05
Ma che sacrificassero loro stessi una buona volta... assurdo che questi lerci possano compiere atti palesemente illegali preannunciandoli alla stampa, senza che le forze dell'ordine facciano nulla per fermarli!
La macellazione yallah, secondo il rito ebreo e islamico, avviene in occasione della "festa del perdono", durante la quale, per ricordare il sacrificio di Abramo, si mette in atto uno spettacolo di un orrore inaudibile... Assurda la crudezza, la brutalità, la barbarie con cui vengono trattati agnelli, caprette, montoni. Trasportati nei bauli di auto con le zampe legate con fil di ferro, poi gettati a terra e qui tenuti per ore al gelo, poi strattonati e trascinati per le orecchie, lasciati a soffrire dopo il taglio della giugulare, questi poveri animali, perfettamente coscienti e scalcitanti,vengono appesi a testa in giù agonizzanti infilzati ai ganci e successivamente squartati ancora vivi. Una cosa è che la nostra legge riconosca democraticamente il diritto di esercitare e praticare liberamente la propria fede, ma ben altra cosa è consentire queste pratiche tribali. Sarà difficile arginare questi metodi non troppo diversi (anzi!) da quelli che il terrorismo, di matrice islamica, riserva anche alle persone; figurarsi quando costoro sono al cospetto di un capretto o di un agnello. Però, siccome la legislazione italiana parla chiaro, le regole (anche in questa materia) andrebbero fatte rispettare.
Perché dovremmo accettare queste usanze incivili a casa nostra? In nome del rispetto delle culture altrui dobbiamo forse abdicare al nostro senso di civiltà? Dobbiamo accettare acriticamente ogni cosa, per non essere tacciati di razzismo? Dopo aver accettato queste pratiche, inizieremo ad accettarne anche altre, come l'infibulazione?
1/7/2006 I furbetti sinistroidi e la questione morale...Quasi mezzo milione di euro in nove mesi. È la cifra delle donazioni da marzo a dicembre delle cooperative all'Unione, e in particolare ai Ds, come risulta dai dati aggiornati della Camera e consultabili da ogni cittadino. «La coop sei tu, chi può darti di più?», recitava il vecchio spot, che ora potrebbe essere riveduto alla luce di quanto sta accadendo nel mondo delle cooperative per la vicenda Unipol e la scalata alla Bnl. Certamente di più, nel caso della coalizione di centrosinistra, di quanto i Ds avrebbero potuto raggranellare con rimborsi elettori e donazioni di privati, persone e società, come si nota dalle cifre di Montecitorio.
Osservando le donazioni ai partiti, che devono essere dichiarate puntualmente alla Camera, emerge infatti il ruolo quasi provvidenziale del tessuto della cooperazione per la Quercia, un «apparato» che si muove all'unisono, che in alcuni casi, come per il governatore dell'Emilia-Romagna Vasco Errani, è stato determinante per arrotondare o addirittura recuperare le spese per la campagna elettorale. La parte del leone in questo fiume di «doni» che risulta dagli elenchi dei contribuenti ufficiali l'ha rivestito la Manutencoop, società di servizi della Lega Coop, un colosso del settore con numerose società affiliate, il cui presidente, Claudio Levorato, è nel consiglio di amministrazione di Holmo, la società controllante di Unipol.
«Il collateralismo? - si domandava Levorato giovedì in una dichiarazione alle agenzie - Fantasmi del passato». Forse la parola collateralismo è un po' fastidiosa a livello lessicale e apre scenari di «inciuci», ma nel presente del 2005 la Lega coop è una costola dei Ds, a quanto risulta dalle cifre ufficiali dei finanziatori.
La Manutencoop ha versato ai candidati dell'Unione quest'anno quasi 180mila euro. Dodicimila dipendenti, 90 sedi, la cooperativa cura, come si legge nel sito, «tutto l'insieme dei servizi ausiliari al core business di enti pubblici, strutture sanitarie e grandi gruppi privati».
Le donazioni sono avvenute tutte nella stessa data: 5 luglio 2005, hanno dunque un carattere di donazione, di «rimborso» per le spese sostenute durante l'anno. Uno dei versamenti più consistenti è stato per Piero Marrazzo, vincitore delle elezioni regionali nel Lazio. Al «Comitato Marrazzo presidente» la cooperativa di Levorato ha versato 30mila euro a luglio di quest'anno. Il governatore del Lazio ha ottenuto complessivamente 40mila euro dal mondo delle cooperative come risulta da questi dati. Altri 26mila euro sono andati a «Uniti nell'Ulivo Bologna». L'Emilia Romagna è la Regione in cui il finanziamento coop alla politica è stato più significativo. Ma Manutencoop ha partecipato anche ai fondi piemontesi dei Ds, con altri 20mila euro. Ventiseimila euro sono poi stati girati a Vasco Errani, 10mila euro a Ottaviano del Turco (governatore dell'Abruzzo), 10mila al senatore Nicola Latorre, citato sui giornali dei giorni scorsi per le sue conversazioni con Giovanni Consorte, presidente dimissionario di Unipol. Cinquemila euro sono andati anche a Claudio Burlando, attuale presidente della Regione Liguria, ad altri deputati diessini e a qualcuno della Margherita e dei Verdi.
I dati pervenuti alla Camera non sono ancora definitivi perché per alcuni governatori non sembrano risultare cifre complete.
Levorato ha chiarito in questi giorni che nella vicenda Unipol la politica non ha costituito «alcun ingombro», ma che per quanto «rumorosa» si è limitata a «fare il tifo». Non aggiungendo, però, che la politica è costosa, perché sostenerla vuol dire aver versato, per le coop, almeno 470.164 euro nel 2005. Quando non è stata la Manutencoop a elargire le donazioni a Ds e qualche alleato, in prima linea ci sono state grosse cooperative, soprattutto del centro Italia, affiliate alla Lega delle cooperative e che operano nei settori più diversi.
Molte riportano sul sito la convenzione con Unipol. La Cooperativa muratori riuniti Filo, che conta dieci società nel suo gruppo, dal settore funebre a quello delle piscine, delle costruzioni, del turismo, ha per esempio versato 10mila euro sia ai Ds di Ferrara sia ai Ds di Roma. A Vasco Errani le coop hanno fornito 67mila euro su 87mila totali ricevuti dalle donazioni. L'altro ieri Pierluigi Stefanini, subito dopo la sua nomina a presidente di Unipol, ha spiegato che nel mondo della cooperazione «il collateralismo è un termine che fa parte della storia di questo Paese e che riguarda tutte le forze politiche e diverse organizzazioni sociali. È un elemento di riflessione che credo da consegnare alla storia. Attualmente non ha più motivo di esistere e non esiste più da tanti anni».
Ne è sicuro?
(da "Il Giornale" - 07/01/2006)
Hanno menato il torrone per anni, baffino, mortadella, scheletro e pseudo compagnucci, alberelli, ulivi, querce, margheriti e asinelli vari, contro il Berluska proprietario di chissà quale reame, ma si sono mai guardati alle spalle? Chi non sa che i Ds (ex Pci) sono direttamente o indirettamente proprietari / controllori di banche, assicurazioni, Cooperative di lavoro, Ipermercati e molte altre attività che compongono un impero finanziario immenso? Chi non sa che quando governavano hanno prodotto leggi e leggine ad hoc per favorire loro stessi e i loro amici? E sono ancora qui a massacrarci le palle con la "questione morale"... Ma ch'i vaghen a dà via un pò i ciàpp... Un milanese a Milano
T'hee sentii se l'è success? Una cosa straordinaria. L'hoo savuda propi adess: l'hann trovaa col nas per aria. L'era là in Piazza del Domm ch'el saveva pù 'se fà, el girava me on poer omm, ma el saveva nò in dove andà.
T'hee sentii se l'è success? Una cosa eccezionale! Me par vera nanca adess. Gh'è rivaa el Telegiornale! Gh'è vegnuu giò i giornalista per cercà de fall parlà. Gli hanno fatto l'intervista, ma gh'è staa nagott da fà. Ma a la fin se pò savè se l'è success, porco d'on can? Han trovato un milanese chì a Milan! Ma va!? Han trovato un milanese chì a Milan.
Lù el cercava de parlà, ma nessuno lo capiva. Dopo on poo l'ha lassaa stà. Sì perchè se nò el moriva. Gh'era tutt pien de baresi, piemontesi e sicilian... e se nò eren genovesi, calabresi o venezian! Gh'era finna uno Zulù e vun de la Polinesia. Dello Zambia eren in duu; gh'era vun de la Rodesia. C'era chi parlava il turco, chi el parlava l'australian, ma nessuno che parlasse il dialetto de Milan! E perforza! Chi el podeva sospetta, porco d'on can, di trovare un milanese chì a Milan!
Eh già! Di trovare un milanese chì a Milan... Forse el metten in d'on stand alla Fiera Campionaria. Forse el metten al Museo, el metten là col nas per aria. Forse el metten in riserva come se fà cont i Indian, come fosse un pellerossa invece che vun de Milan. Forse invece el mettarann ai Giardini in d'ona gabbia inscì poeu tutti andarann a vedell s'cioppà de rabbia, a vedè com'è ch'el mangia, se ghe pias la carna o el pess, se el stà lì come on pantola o l'è viscor de rifless. Inscì almen se podarà vegnì a savè, porco d'on can, com'è fatto un milanese de Milan. Oh sì! Come è fatto un milanese de Milan!
Nò, l'è minga vera... Era uno scherzo... Di milanesi ce n'è ancora... Per esempio... C'è il Sindaco... No, quello no perchè viene da... C'è il Sovrintendente alla Scala... E no, neanche quello perchè viene da... Il Rettore dell'Università, il Capo dei Ghisa, dei Vigili Urbani... No, neanche quelli lì, perchè vun el ven de... e quell'alter el ven da... D'altronde Milano è una metropoli, dunque è giusto così... gente che và, gente che viene... Certo che, se andiamo avanti ancora un po', va a finire che davvero on dì a l'alter a i Giardini Pubblici fann su on alter recinto e me metten la on cartell: HOMO MILANENSIS... e intorna tutt'i terroni a rid.
E a vialter ona volta o l'altra ve vegnarà dedree ch'el ve piccarà su la spalla e poeu el ve disarà: T'hee sentii 'se l'è success? Una cosa straordinaria. L'hoo savuda propi adess: l'hann trovaa col nas per aria. Ma a la fin se pò savè 'se l'è success, porco d'on can? Han trovato un milanese chì a Milan. Ma va! Han trovato un milanese chì a Milan!
WALTER VALDI
Per fortuna è solo un racconto, ma se andiamo avanti così è questo ciò che accadrà: ci capiterà di svegliarci e di trovarci stranieri a casa nostra, sommersi da lingue, usi, costumi e tradizioni che nulla hanno a che fare con noi: dobbiamo riscoprire chi siamo, da dove veniamo, per decidere dove vogliamo andare anziché seguire la strada che ci viene imposta... |
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